Tuesday, 21 October 2008

Never Failing to Impress

Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Romania, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia.

Ed Italia.

Sono i 9 stati che al momento si oppongono agli obbiettivi di Kyoto, e l'Italia li guida orgogliosa.

Mombiot nel Guardian si scaglia contro lo short-termism politico, l'attitudine a prendere decisione nel breve termine senza valutare le conseguenze in un arco temporale adeguato, il che è più che mai richiesto in un mondo globalizzato in cui battiti d'ali di farfalle NewYorkesi stanno provocando cicloni tropicali ovunque. Almeno, ci ricorda, in Inghilterra i politici, un buon numero se non altro, stanno comprendendo la necessità di legare climate change e crisi economica, di comprendere sia le profonde interconnessioni attuali, sia l'impellente necessità, di fronte ad un rivolgimento finanziario di tale portata, di riorganizzare il rapporto tra stato, economia e clima. New Green Deal, un'idea neanche tanto radicale ci spiega, visto che lo stesso New Deal originale ebbe, nella grandiosa mobilitazione di tre milioni di persone per il re-impianto di alberi, un passaggio fondamentale che bloccò crucialmente l'erosione del suolo.

Il governo Italiano, di fronte alle accuse di short-termismo, si erge nuovamente a baluardo dell'inverosimile. Non si tratta di incapacità di prevedere e pianificare il futuro, in questo caso c'è difficoltà a pianificare il pomeriggio stesso, impossibilitati come si è a guardare più in là di Palazzo Chigi, spazialmente e temporalmente.

Il ministro dell'Ambiente, S.P. , dall'alto delle sue competenze in materia, propone una clausola di revisione, poi si smentisce, poi dice che la proporrà, poi esce col suo strano sorriso sforzato dagli uffici dell'EU e cavalca le ultime dichiarazioni del Premier, che orgoglioso ci fa notare che i paesi dell'Est stanno con noi. Non Spagna, Francia, Inghilterra, Germania e la Scandinavia, neanche Grecia e Portogallo. No. I paesi dell'Est. E noi. A guidare il gruppo, fieri, a mettere i bastoni tra le ruote di un piano potenzialmente epocale, prima vera presa di coscienza di un problema che occuperà la nostra agenda per i decenni a venire.

Al signor Berlusconi sfugge - non siamo maliziosi, non vogliamo suggerire che venga da lui tralasciato volutamente - che a pagare i danni del cambiamento climato saranno in primis paesi africani in preda a siccità e sbalzi climatici apocalittici, piccole nazioni isolane lentamente sommerse dalle acque, popolazioni povere degli stati asiatici affacciati sull'oceano indiano alla mercè di tifoni sempre più frequenti, etc. etc. Ma no, l'industria Italiana prima di tutto, anche quando tutta l'Europa che conta, o perlomeno l'Europa a cui ci ispiriamo ogni volta che possiamo (avete mai sentito un politico italiano decantare le lodi di un provvedimento Bulgaro o Romeno come esempio da seguire ?) ci indica una via per agire, finalmente agire.

A leggere le pagine dell'organo di governo appare subito chiara la linea del governo, quella che ci propineranno per i prossimi mesi, la sottile linea mediatica che intreccia e ingarbuglia ogni argomento in semplici dicotomie in cui - per quanto riguarda la UE - apparentemente irrazionali burocrati in Belgio, tra un piatto di cozze ed una birra, decidono egoisticamente di sottoporre l'Italia ad impensabili fatiche, oppure lanciano ridicole accuse nel loro esoterico linguaggio fatto di diritti umani, doveri, causa comune, cambiamento climatico, e cosi via. E' già pronta l'ennesima narrativa del povero italiano-vero di fronte al quale la cupidigia Europea si scaglia, pronta a rubare denaro per un obbiettivo cosi indecifrabile che ancora, in Italia mica altrove, se ne parla col linguaggio delle scuole medie: il cambiamento climatico. Leggere l'articolo del sig. Franco Battaglia è come ritornare indietro di 15 anni, fose più:
Dobbiamo allora risparmiare petrolio, gas e carbone, perché altrimenti finiscono? No, perché non ha senso risparmiare un bene finito. Per esempio: se il petrolio del pianeta finisse fra 50 anni e se l’Italia decidesse da domani di risparmiarlo al 100%, allora il petrolio del pianeta finirebbe fra 51 anni. Dobbiamo risparmiarli perché costano e bruciarli ci impoverirebbe? No, perché è proprio bruciandoli che possiamo trasferire più energia e far fronte alle crisi: è la disponibilità e il consumo di energia, non il suo risparmio, che crea posti di lavoro e, quindi, ricchezza e benessere.
la logica è lapalissiana.Badate bene, si tratta della linea governativa di questi giorni, non certo solo dell'opinione di una macchina fotocopiatrice di nome Battaglia. Ricchezza e Benessere? Il signore è forse a conoscenza delle stime degli effetti del climate change nei prossimi 50 anni? Ne dubitiamo. Le conseguenze di un consumo non dico costante, ma solo insufficientemente diminuito, sarebbero a dir poco apocalittiche. Però la logica di questo governo (lungi da me tessere le lodi di quello precedente, tuttavia...) non guarda certo oltre il proprio orticello, bendandosi come già è stato fatto da sempre circa le possibilità sterminate che avrebbero le energie rinnovabili nel nostro paese. Ma noi d'altronde siamo quelli del Nucleare dell'ultim'ora, quelli che l'orticello prima di tutto, anche a costo di mandare a puttane una compagnia aerea, anche a costo di ostacolare un accordo sul clima di portata storica, anche a costo di azzoppare la già claudicante ricerca.
Eccoci qua quindi, a sostenere il vessillo della politica miope ed egoistica, orgogliosamente insieme alla crème Europea. Già. Never Failing to Impress. Never.

Monday, 20 October 2008

no comment

ecco ciò che Emilio Fede è riuscito a dire di Roberto Saviano.

Thursday, 25 September 2008

Verso un'AsEtica del controllo - 1

Nell'era del controllo sociale totale, una miriade di provvedimentucoli di vari sindaci e consindaci ha fallito di sollevare, come avrebbe dovuto, un paese alla deriva fisica e metafisica.

Il trend di una serie di decreti, dal divieto di raggruppamenti a Novara alla decisione (ancora in discussione?) di criminalizzare il "cercare tra i rifiuti" a Roma fino al geniale decreto anti-prostituzione della Carfagna, specifici trend in termine di controllo si possono individuare.

La solidarietà è un sentimento sopravvalutato a quanto pare. Non c'è più tempo di soffermarsi sul legame sociale, nè di stimolare un comune agire, con chi ha di più che aiuta, o perlomeno non criminalizza, chi ha di meno. La lezioncina delle elementari e del catechismo è ormai sotterrata in una melma di meritocrazia deviata per cui chi ha successo merita rispetto (indipendentemente da come abbia ottenuto il successo) mentre gli emarginati devono restare tali, e se possibile scomparire dalla vista. I nomadi devono abbandonare i campi ed andarsene via. Dove? Via. E cosi accade che il barbone affamato che cerca nel sacco della spazzatura, tra fogli di giornale bruciacchiato, fazzoletti da naso appallottolati e bucce di banana qualche rimasuglio di cibo commestibile per i suoi standard accomodanti, beh, compie reato e deve provvedere a pagare una multa al più presto.

Il suo gesto è deturpante per il buon gusto asettico dei più. La spazzatura è tutto ciò che contravviene al rispetto di canoni asettici e sterili a cui il suolo pubblico deve confarsi. Inoltre cercare tra i rifiuti è un gesto di sfida diretto all'intera macchina capitalistica della nutrizione, per cui il cibo deve essere comprato, consumato e poi dispensato nella forma dei contenitori inquinanti che lo avvolgono. Il barbone ribalta il sistema, suo marlgrado, e ciò non funziona. Egli inoltre si oppone al buon gusto con apparente menefreghismo. Cos'è la società senza il senso del pudore? E' in pericolo.

Non c'è menzione, in tale provvedimento, del fatto che cercare tra la spazzatura è l'ultimo livello, il passo finale verso un baratro di cui certamente si vorrebbe fare a meno. Impedire con il mezzo della legge di cercare tra i rifiuti è un'idea non solo malsana, sciocca e cieca. E' un'idea crudele che risponde alla logica del tappeto. Nascondere tutto sotto il tappeto, far scomparire la classe povera tramite un attacco sistematico alle pochissime attività che si può permettere (elemosina, ad esempio, persino vietata ad Assisi il cui santo la rese attività benedetta) nella speranza che il quadro non si sporchi più. Oggi non ci accontentiamo di girare lo sguardo dall'altra parte.

Oggi vogliamo guardare a 360 gradi senza vedere impurità, senza che le imperfezioni deturpino la Norma, senza che nessuno disturbi, anche solo con la sua presenza, la convinzione degli abitanti normali di questa nazione, che hanno meritato tutto quello che hanno.

E gli altri? A lavorare, di corsa.

Wednesday, 2 July 2008

Echi Razionali

Lettera inviata a Furio Colombo, Paolo Flores d'Arcais e Pancho Pardi, a riguardo della manifestazione dell'8 luglio in Piazza Navona.

Cari Amici,
mentre esprimo la mia solidarietà per la vostra manifestazione, vorrei che essa servisse a ricordare a tutti due punti che si è sovente tentati di dimenticare:

1) Democrazia non significa che la maggioranza ha ragione. Significa che la maggioranza ha il diritto di governare.

2) Democrazia non significa pertanto che la minoranza ha torto. Significa che, mentre rispetta il governo della maggioranza, essa si esprime a voce alta ogni volta che pensa che la maggioranza abbia torto (o addirittura faccia cose contrarie alla legge, alla morale e ai principi stessi della democrazia), e deve farlo sempre e con la massima energia perché questo è il mandato che ha ricevuto dai cittadini. Quando la maggioranza sostiene di aver sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia.

Umberto Eco

(2 luglio 2008)

Monday, 16 June 2008

Eurovisioni

C'è un non so che di inquetante in atto.

Il governo sta cercando esplicitamente di fare passare provvedimenti che hanno risvegliato pure Veltroni dal lungo letargo, decreti cosi espliciti nella loro utile (per chi di dovere) inutilità (per il paese) o diffuso pericolo da rimandarci indietro nel tempo ai peggiori momenti della quadruplice esistenza condottiera del premier.

Oggi probabilmente si è raggiunto il punto di fusione con una bizzarra lettera spedita da Berlusconi a Schifani (il carteggio stesso è di per sè comico) in cui il premier snocciola tutti i clichè delle sue precedenti reincarnazioni (dai giudici comunisti all'immunità necessaria), rinunciando di colpo ai tentativi di mascherare la sua solità attitudine dietro ad una facciata di "realismo", "decisionismo" e "disponibilità al dialogo".

En Passant, La Russa piazza 3000 militari nelle città italiane, come se stesse preparando un attacco in un turno di Risiko.

Ora, è chiaro che, a parte i soliti luoghi comuni sul "ci risiamo", l'accelerazione indotta sia in termini pratici che teatrali merità attenzione precisa.

E allora ecco che, pur rischiando l'accusa cospiratoria, emerge la tentazione di correlare cio' che accade in Italia a ciò che accade in Svizzera. Che si approfitti dello stordimento calcistico per dare uno scossone senza che il paese, ora solo interessato a francesi e biscotti, vi faccia caso?

Solo un'idea....

Tuesday, 10 June 2008

Berlusconi as a civil libertarian activist

L’atteggiamento di Travaglio nei confronti del paventato decerto contro le intercettazioni è, nei suoi modi, prettamente dalla parte dello stato, nella difesda del diritto dello stato di erodere la privacy dei cittadini nel nome del bene comune.

Lo Stato, d parte sua, si erge a difensore della privacy volendo limitare le proprie prerogative.

Cosa succede?

Succede che in Italia lo stato non corrisponde, anzi oggi è contrapposto, al sistema giudiziario. Quindi un stato che si oppose a se stesso non è necessariamente in contraddizione.

Certo, stupisce anche come Travaglio tratti con nonchalance il problema delle intercettazioni, con la stessa nonchalance del governo, seppur con segno opposto.

Ancora, la spiegazione sta in parte nelle motivazioni di un’azione governativa cosi’ evidentemente volta a salvaguardare gli interessi dei suoi membri.

Da varie parti si spiega come la motivazione economica non abbia fondatezza, cosi come la pretesa di fare paragoni internazionali senza tener conto del fatto (fondamentale) che tutte le intercettazioni (legali) italiane sono realizzate previa richiesta di autorizzazione ricevuta da un giudice terzo. Altri paesi hanno molteplici attività interecettative istituzionalizzate (performate da soggetti pubblici, come l’NSA) ma che possono essere espletate senza richieste di autorizzazione, prestandosi ad ovvi abusi (le direttive dell’amministrazione Bush, dal Patrot Act in su, sono piuttosto chiare a riguardo).

A chiunque si interessi un minimo di questioni relative a privacy e sorveglianza appare decisamente assurdo, comico e paradossale il modo in cui rappresentanti governativi lamentino lo stato sorvegliante italiano comparandolo con la situazione americana. Ogni esperto, attivista o semplicemente informato lettore di tali questioni sa che gli Stati Uniti sono certamente il peggior esempio possibile in questo campo (se si escludono dittature esplicite), con poteri amplissimi e non accountable, concessi a molteplici agenzie governative che godono di una libertà di azione piu’ di una volta abusata.

In confronto la procedura italiana, che richiede appunto l’autorizzazione del giudice, appare immensamente piu’ consistente con le basilari garanzie che uno stato di diritto deve concedere ai cittadini.

E’ qui che il paradosso si fa piu’ marcato. L’atteggiamento del governo sembra ricalcare quello di attivisti libertari oltranzisti, avvicinandosi a posizioni Lockiane di pura inviolabilità della sfera privata a prescindere dal bene comune (che si individua attaccato solo da due modelli estremi, mafia e terrorismo). Insomma, un atteggiamento che in tutto il sistema occidentale è propriamente in contrapposizione rispetto allo stato, in Italia è fatto proprio dallo stato stesso.

Un atteggiamento simile, quello di invocare il diritto alla privacy per evitare il pubblico scrutinio si ritrova nell’industria privata, dove questo diritto è continuamente rivendicato a protezione di attività lecite o meno. Nella funzione pubblica è un elemento che stona maggiormente, andando contro uno dei requisiti fondamentali dello stato democratico, l’accountability, la responsabilità nei confronti del cittadino legata alla trasparenza, al porsi di fronte al controllo di quest’ultimo.

Se il mezzo delle intercettazioni richiede una regolamentazione piu’ precisa (in termini di autorizzazione, selezione delle parti rilevanti e pubblicazione), non è con la sua distruzione che si ottiene un risultato. Questa propensione del governo verso la limitazione dei propri poteri in funzione dell’interesse privato del cittadino appare sospetto, in quanto si oppone alla strategia generale del governo stesso che è esattamente opposta: Se per i critici c’è una chiara deriva dal rispetto di fondamentali diritti umani, anche chi acclama il governo potrà notare che esso tende, maggiormente di altri, a porre il bene comune al primo posto, al livello dei proclami ovviamente.

Dalla sicurezza ai rifiuti, il messaggio è lo stesso, ovvero il perseguimento di obbiettivi d’interesse nazionale anche se cio’ puo’ comportare la sospensione di qualche diritto individuale o di minoranze.

Allora perchè in questo caso si cambia rotta? Perchè si abbracciano le posizioni degli attivisti piu’ oltranzisti, rasentano posizion alla Hobbes o Hayek, sostenendo la libertà assoluta del cittadino nella propria sfera privata?

La risposta è chiara: l’interesse privato (quello degli indagati governativi, il premier in primis) da una parte, e dall’altra e una lotta intestina, in seno all’istituzione stessa, tra il settore esecutivo e quello giudiziario, con il primo determinato ad imbavagliare il secondo, nel bene e nel male.

Ancora una volta si finisce per lasciare da parte le considerazioni necessarie sul bisogno di adeguare il sistema spionistico statale alle direttive europee dell’articolo 8 e del DPA, ma piuttosto si favorisce il solito approccio dentro-fuori, in cui una posizione è quella dell’abolizione, un’altra del mantenimento. La giusta via è ancora tralasciata, e lo stesso Travaglio, nella foga di attaccare giustamente un provvedimento aberrante, sembra dimenticarsi che non solo gli abusi esecutivi, ma anche quelli giudiziari, vanno arginati.