Wednesday, 12 August 2009

Circumventing Censure


Organic Recycling, Hakkari, Kurdistan

So, it happens that good old Assad doesn't like FB and all the Israeli conspirators apparently striving to be your next FB friend. Therefore, FB is obscured in Syria. Nice one.

Anyway, God and the Web have infinite ways and to stop them all is pretty unfeasibile.

Therefore, after 4 days between Euphrates and Syrian desert, I gradually moved from the chador-ed women of Raqqa to the mini-skirts of Lattakia, and tomorrow I'll set for Aleppo.

a la prochaine

P.S. Per gli eventuali italiani interessati alla sorte del sottoscritto, FB e' illegale in siria, quindi non daro' mie notizie per un po' (che culo). Ora sono a Lattakia, la riccione siriana, domani Aleppo...




Saturday, 6 June 2009

Tacita Dean's 'Still Life' @ Fondazione Trussardi, Milano

Il medium è il messaggio. Non solo. Il medium è una modo specifico di consumo, esso porta con sè una modalità di fruizione, risultato delle sue caratteristiche tecniche, nonchè del contesto socio-culturale in cui è immerso. La visione di un medium come quello cinematografico (per comodità ci si riferisce, seppur imprecisamente, ad ogni ‘immagine mobile’ proiettata in uno schermo, o un muro) è orientata da un sistema predeterminato di attese, attenzioni, fissazioni, esitazioni, mancanze, predisposizioni, necessariamente diverse da quelle che caratterizzano la visione d’un’immagine fissa, come una fotografia, o un quadro.

Rispetto alla visione statica, quella mobile è di norma orientata alla performanza, all’evento, all’azione. Diversamente dall’immagine fissa, sia essa fotografia o quadro, nell’osservare immagini in movimento il nostro cervello elabora continuamente scenari futuri, costruendo le possibili trame in cui l’immagine mobile potrebbe evolvere. Ne deriva una più o meno inconscia frustrazione quando la telecamera indugia troppo a lungo su di un’inquadratura, quando le immagini non mostrano variazioni di sorta per tempi prolungati, quando il perseverare del presente nega testardamente l’evoluzione verso un qualunque futuro. Nel linguaggio cinematografico popolare si definisce come ‘lento’ un passaggio, o un’opera che causa un numero eccessivo di tali frustrazioni di questo tipo nello spettatore. L’occhio impaziente dell’osservatore contemporaneo, specialmente se proveniente dalle cosidette società post-industriali, è abituato al bombardamento informazionale, cioè a gestire una sovrabbondanza di stimoli, piuttosto che una mancanza degli stessi. Egli è uso alla selezione, o al subire passivo la quotidiana overdose di stimoli multi-sensoriali. Molto meno egli è uso alla ricerca, allo scavo. In tal senso l’atteggiamento dell’uomo di fronte all’immagine mobile può essere legato a quello stato d’animo che Magris descrive nella “vita come mancanza, come deesse, annientata di continuo dalla speranza che la difficile ora presente sia già trascorsa, affinchè sia superata l’influenza, superato l’esame, celebrato il matrimonio o registrato un divirzio, arrivate le ferie, giunto il responso del medico” e, aggiungiamo noi, affinchè muti la presente inquadratura in una nuova, in modo tale da tenere viva l’attenzione, rimandando continuamente il momento della pura contemplazion. Tale uomo trova arduo un certo tipo di cinema d’autore, specie se asiatico, ad esempio, o fatica di fronte ad un’ora di ripresa fissa su un branco di ruminanti stagliati sullo sfondo oceanico.

Proprio l’ultima citazione si riferisce ad uno dei video più straordinari della mostra Still Life di Tacita Dean, esposta alla Fondazione Trussardi di Milano.

Si tratta di filmati lunghi e statici, che si soffermano con perseveranza infinita su lente, appena percettibili variazioni di luce, tempo e movimento. Due pere immerse nell’alcol di due bottiglie per la preparazione dei distillati, i cui colori pastellati si mescolano imprevedibilmente al calare della luce solare. Un gruppo di mucche che si rilassano su una costa in Cornovaglia durante un’eclisse solare. Un lungo piano sequenza da un traghetto durante una traversata della manica. Una ripresa persistente e desoggettivante dell’artista ‘povero’ Mario Merz.

Per apprezzare l’opera di Tacita Dean non bisogna certo avere l’eroica e masochistica ambizione di infliggersi il supplizio di una visione d’estrema fatica nella continua, e continuamente frustrata attesa che qualcosa di significativo accada. Non si tratta di questo, non di una prova di endurance. A ciò tutto si ridurrebbe se non ci si spogliasse da un ‘modo di vedere’ l’immagine mobile che attinge contemporaneamente sia dalla Storia dell’immagine in movimento, sia dalla nostra contemporaneità orientata, come detto, all’evento, alla deesse. Questo ‘modo di vedere’ non è certo l’unico, però tempo, abitudine, esperienza e cultura lo hanno naturalizzato fino a farne una pratica reificata e standardizzata, adottata dall’osservatore a livello inconscio, che rende l’attenzione impaziente verso il possibile ‘qualcosa’ che dovrà accadere, creando insofferenza di fronte alla ‘lentezza’ dell’immagine. In tal modo lo spettatore di un prodotto ‘difficile’ come quello della Dean si divide tra quello che ‘resiste’ eroicamente e quello che esce anzitempo tra sbuffate imprecazioni, alla ricerca di una luce solare non credeva potesse agognare a tal punto.

Fortunatamente lo spettatore ha un’altra, molto meno impegnativa ed immensamente più gratificante possibilità. L’osservatore deve svuotarsi da tale ‘modo di vedere’, ridursi all’ingenua ed infinitamente paziente disponibilità che si ha di fronte all’immagine fotografica. Egli deve quindi depurare completamente l’attenzione dalla deesse – cioè dall’attesa di un qualcosa da cui siamo temporalmente separati – al modo in cui è uso di fronte alla stabilità della fotografia.

Still Life, in tal senso, può essere inteso come un monito al fruire delle immagini come se veramente di quadri si trattasse. Un monito ad arrestare la nostra impazienza, a ‘farci’ osservatori puri di quadri. Quadri mobili da assaporare con la stessa modalità con cui ci poniamo di fronte ad un paesaggio di Patirin, scrutando l’intera superficie visuale, apprezzando la bellezza estetica del corpo chiazzato della mucca che si rabbuia all’oscurarsi del sole, ricercando il particolare nello sguardo di Mario Merz, cogliendo lo sprazzo di luce, il colore, la forma. Abbandonando completamente l’impazienza, l’attesa di un qualcosa che deve accadere. Come di fronte ad un quadro, noi sappiamo che niente dovrà accadere, che il tempo di visione non serve ad elaborare aspettative più o meno inconscie, ma semplicemente a gustare ogni centimetro quadrato di ciò che abbiamo di fronte, alla pura contemplazione estetica.

Una volta cambiata modalità, possiamo letteramente bere dalla fonte visiva che offre l’artista. Il lento superamento, da parte del traghetto, di un barcone rosso che ciondola lentamente sul mare liscio della Manica assume un potere poetico sconvolgente, incolla lo sguardo all’immagine proiettata sul muro, ribalta l’ansia precendente (quella della deesse) nell’opposto desiderio che il filmato mantenga la dovuta lentezza, che ci permetta d’assaporare fino in fondo l’immersione ritmica dello scafo dentro al liquido blu. Allo stesso modo i lentissimi cambi di luce della cornovaglia in eclisse affascinano gli occhi a patto che essi si siano fatti visione, radicalmente, puramente devoti al vedere, al di là di ogni trama o evento, al punto da restare ipnotizzati di fronte a 15 minuti d’immagina fissa su nuvole, sole e vento, perdendosi dentro le forme nembiche in continua, musicale mutazione.

Still life è una mostra di rara fascinazione, una mostra che chiede molto allo spettatore, ne pretende non già attenzione, pazienza e resistenza – questo è compito che più si confà ad un congresso politico – ma piuttosto la disponibilità ad abbandonare la quotidiana praticità dello sguardo performante, a vantaggio d’una visione ingenua di puro estetismo passivo. Se lo spettatore è disposto a tanto, viene ripagato da sinfonie visive di bellezza lirica, destinate a lasciare nella memoria visiva una traccia di piacere ovattato. L’opera della Dean è un antidoto contro l’ansia contemporanea, un'ingiunzione a fermarsi e cogliere la mistica bellezza che le molteplici e luminose mutazioni di natura, esseri viventi ed oggetti offrono quotidianamente allo sguardo dello spettatore, quando esso è disponibile a farsi rapire. 

Monday, 18 May 2009

Al di là della Lega e dell'ONU: Per una Politica Radicalmente Emancipatoria sull'Immigrazione

E’ venuto il momento di una decisione politica radicale in grado di risollevare la società dal torpore menefreghista a cui si è lasciata andare, risvegliato solo da rantoli di intolleranza becera o lamentosi sospiri verso una tollerante etica dei diritti umani. É venuto il momento di abbandonare pietismo, qualunquismo e razzismo, e con essi la concezione duale dell’immigrato come criminale da temere o vittima da salvare. Il momento d'una decisione fondata in un concetto puro di Uomo come soggetto politico in grado di scegliere/accettare attivamente il proprio essere-gettato nel mondo, capace di esserci, sovrano del proprio, inevitabile destino. L’Uomo come soggetto immortale, al di là della carne deperibile e del viscido istinto di conservazione, oltre la tirannia della necessità, oltre la schiavitù dell’odio, oltre le lacrime da coccodrillo dell’attivismo a-patto-che.



Tale decisione deve inevitabilmente emergere dal bisogno di rompere con questa palese incomprensione della natura umana, che ci ostiniamo a percepire come limitata dalla morte, frammentata dai confini, ancorata alla cittadinanza, all’onestà o chissa quale altro status ‘necessario’. Un profondo riconoscimento delle potenzialità infinite dell’Uomo porterà a cancellare una volta per tutte l’insostenibile dicotomizzazione tra l’uomo occidentale e l’Altro (sia che poi lo si voglia uccidere, sfamare, gettare in mare, o ‘comprendere nella sua alterità’ come se fossimo allo Zoo).



La decisione a cui mi riferisco è è quella di eliminare completamente le frontiere, la distruzione completa di quel baluardo su cui ha proliferato il noioso e sanguinario nazionalismo, all’interno, ma anche il culturalismo ‘de noattri’, all’esterno, fatto di brevi viaggi eticamente corretti alla ricerca di un’altro pittoresco quanto basta, o di economica tolleranza, sempre che l’altro si integri, sia onesto, lavoratore, possibilmente fatto a nostra immagine e somiglianza, e a distanza.



A livello geopolitico, questo gesto corrisponderebbe ad una collettiva presa di coscienza dal cambiamento, una fondamentale accettazione della mutazione in atto e quindi della necessità di abbandonare tutti gli sterili tentativi che dalla Lega all’ONU s’illudono d’aggirare la Realtà che eccede già da tempo la loro più o meno ipocrita convinzione.



Basta intolleranza, basta tolleranza. Entrambi gli atteggiamenti presuppongono un soggetto attivo che tollera o intollera, ed un soggetto passivo, ricevente della relativa cattiveria, bontà o giusta retribuzione, a seconda del vento.



Smantelliamo una concezione di frontiera marcia, che più la si rafforza più s’impudridisce e che è inevitabilmente macchiata dal peccato originario. Non si tratta semplicemente di accettare l’immigrato poichè gli sconvolgimenti che avvengono nel suo paese derivano da un processo idi crisi nsostenibile in cui lo zampino occidentale è più che marcato fin dal passato coloniale al presente multinazionale. Vero, ma troppo facile. 'Accettare’ impone ancora una volta un noi e loro, un ‘accettante’ e un necessariamente riconoscente ‘accettato’. Basta illudersi, con gli occhi umidi, d’ aprire le porte al trovatello del sud, consci (quale presunzione!) di portare le colpe della sua fuga dalla povertà e/o guerra, paternalistici e benevolenti, col cuore che si riscalda e la coscienza che per un attimo si placa. Troppo facile, più facile ancora del Leghismo impudente che almeno scivola coerente dal terrone all’immigrato per poi probabilmente tornare di nuovo al terrone, perche se razza padana dev’essere, che essa sia.



No, l’unica cosa che dobbiamo accettare è che una realtà è finita, dopo decenni di crolli il modello è definitivamente morto, non solo geopoliticamente ma anche socialmente. La nostra vita com’era non è più sostenibile, nonostante i tentative disperati di sigillarla dall’interno con intollerante calcinculismo o umanitaria benevolenza. Il puzzle si è definitivamente fuso. Stiamo assistendo ad una società che si illude di continuare a buttar l’acqua fuori dallo nave mentre il mare entra inesorabile dagli squarci nello scafo. L’azione, che esso sia leghista o umanitario, di rallentare l’affondamento attraverso respingimenti o ‘adeguati controlli per stabilire chi possa entrare in italia e chi no’ corrisponde all’ennesimo tentative di ri-imporre una dicotomia da sempre fittizia, oggi più che mai accettabile.



Ogni volta che si definisce l’altro come vittima o comunque "destinatario" di qualcosa, diventa necessario distinguere ulteriormente tra chi merita questo qualcosa e chi no, per chi il bastone e chi la carota. Tutto ciò è sbagliato dal principio. Ciò è visualizzare l’altro come necessariamente vulnerabile, una ‘nuda vita’ priva di alcuna soggettività politica, una creatura alla nostra mercè, che noi ci arroghiamo il diritto di definire. Il destroide turpe ed incarognito combacia col sinistroide ispirato da giustizia sociale fai-da-tè ed il cristiano pieno d’amore per per il prossimo, tutti condividono il peccato originale nella convinzione che il paradiso terrestre sia crollato, che l’uomo sia finito, e che rimaniamo noi a portare la croce, o la spada, che differenza non fa. Solo accettando la superiorità dell’Uomo, la sua immortale raison d’etre potremmo dirigersi verso una svolta radicale, emancipando la nostra società dal suo peccato etnocentrico originale, così come dalle sindromi ossessive che la soffocano. Solo una svolta del genere potrebbe essere veramente “umanitaria”, poichè si rifiuterebbe finalmente di valutare gli individui in base alla provenienza, alle azioni, alle carte, distruggerebbe finalmente quello scarto originale tra nascita e nazione che finisce per inchiodare l’ideologia dei diritti umani alla mera difesa delle varie nazionalità. Finirebbe l’ipocrita valutazione dell’immigrato che merità di entrare e quello che non lo merita, di chi va ‘respinto’ e di chi va ‘accolto’, come se ci fosse una, dico una ragione in grado di giustificare il ruolo che ci arroghiamo di grandi selezionatori. Una rivoluzione umanitaria che si illude di perseguire il ‘bene’ all’interno di un sistema ancorato alla ‘necessità’ è destinata a peggiorare la situazione che cerca di migliorare.



C’è bisogno di una fine del comune appellarsi ad un’etica condivisa, e del comune inorridirsi di fronte alle eventuali anti-eticità. I proponenti di un sistema che pretende per individui nati altrove delle ‘condizionalità’ speciali è un sistema destinato a fallire, e i diritti umani non riescono – in quanto ideologia basata sulla dicotomia tra noi e loro, e sulla separazione tra l’uomo e il cittadino (col conferimento dei diritti a quest’ultimo) – a venir fuori da questa impasse. É fin troppo semplice lasciare 50 centesimi all’elemosinante di turno e sentirsi a posto. É troppo semplice pretendere, illuminati da un’altra coscienza umanitaria, che gl’immigrati non debbano delinquere ma piuttosto ringraziare, alloggiati lontano dalla nostra vista, possibilmente senza pisciare nel giardinetto di sotto. Di fronte all’intolleranza che monta, a cosa serve ribadire i valori dell’accoglienza e della tolleranza, dei diritti umani e del cristianesimo, se poi li si subordina ancora una volta al possedere ‘le carte in regola’, all’avere ‘un valido motivo’, all’essere ‘al di sopra d’ogni sospetto’, all’avere ‘la fedina penale pulita’, all’essere bravi, buoni e possibilmente invisibili.



É ovvio che non possiamo gettare la gente a mare. Però non dobbiamo salvare le ‘povere vittime del terzo mondo’, finiamola di crederci tanto superiori da poter dispensare odio o amore a seconda dell’umore. Dobbiamo salvare noi stessi dal vicolo cieco in cui le dicotomie fittizie dell’ideologia umanitaria ci hanno incastrato, impedendoci di arginare adeguatamente il razzismo incalzante. L’uomo del terzo mondo non è migliore ne peggiore di noi, non è vittima nè carnefice, non ha bisogno di nessuna comprensione, elemosina e tantomeno compassione, vuole solo ascoltare ed essere ascoltato, come noi, esattamente come noi. Seguendo Badiou, è ora di chiudere con la cultura della differenza, dell’altro, del relativismo culturale, e finalmente comprendere la profonda uguaglianza, l’inesistenza della differenza di fronte al valore assoluto dell’Uomo.



Ecco perchè dobbiamo distruggere le frontiere, non per pietismo o calcolo politico, ma perchè esse ci impediscono di comprendere la nostra Potenza ed Immortalità, alimentano la nostra falsa autocommiserazione d’esseri fragili che traspare nel discorso politico e popolare sull’immigrazione, d’ovunque esso venga.



Certo, si dirà che tale proposta manca di qualsiasi realismo politico e che porterebbe al puro caos, che il nostro paese affonderebbe nell’incapacità di accogliere la massa migrante, che le strade si annerirebbero di paura e miseria, ecc. ecc. Tanti bei discorsi che vengono da destra a manca, decorati di bella dialettica e tanta ragionevolezza, e che nella maggiorparte dei casi pretendono di porsi come eticamente giusti. Di falsa etica si tratta però, un’etica ancorata alla ‘necessità’ (l’economia, la sostenibilità, il territorio, la sicurezza), un’etica vigliacca che si autoalimenta e autoavvalora senza sosta, ma che è fallace e destinata a disgregarsi, e la contemporanea rinascita fascistoide non fa che confermarlo.



Dobbiamo guardare con sospetto le proposte politiche che propongono il cambiamento senza cambiamento, lasciando il sistema preesistente intatto, che sperano di contenere la forza progressiva entro i confini della necessità, della sostenibilità e della convenienza.



La sola azione politica accettabile è un’azione puramente radicale ed emancipatoria, una che punti a ‘cambiare’ il sistema, a rivoluzionarne fondamenta e coordinate. Per questo si tratta di azione necessariamente coraggiosa e rischiosa, azione la cui potenzialità radicale nè impedisce una visualizzazione chiara ed un’accettazione razionale all’interno dei confini del sistema presente. Distruggere una volta per tutte la logica di frontiera è un’idea che, dalla prospettiva della nostra realtà attuale, sembra folle, utopica (forse distopica) e comunque non realistica, irrazionale ed irrealizzabile. Questo non deve però scoraggare, dal momento che, per definizione, una proposta veramente radicale ed emancipatoria, cioè puramente politica, non può essere compresa appieno entro il sistema che si prefigge di cambiare. L'idea della rivoluzione francese, dopo secoli e secoli di stabile dominio monarchico, al francese medio del 1788 sarà sembrata nella migliore delle ipotesi una magnifica trama per un romanzo, un’idea che però mancava di tutte le condizioni di fattibilità entro il sistema vigente. Proprio perchè a cambiare tale ‘sistema vigente’ essa mirava, non ad applicare accorgimenti sostenibili alla monarchia cosi da renderla più accettabile, sostenibile, sensibile allo scontento delle masse. No. La rivoluzione francese puntava al cuore del sistema, e per questo fu possibile comprenderla solo al momento della sua eruzione, quando le coordinate del passato crollavano sotto i colpi del cambiamento.



Questa è politica emancipatoria, al di là del bene e del male, e simile impeto necessità un’azione radicale di smantellamento della frontiera come baluardo fisico, sociale, politico e culturale, verso una nuova configurazione dal futuro incerto ma, poichè nascente dalla distruzione delle logiche esistenti, dal potenziale illimitato. L’alternativa è continuare a tentare di svuotare la nave che imbarca l’acqua con un cucchiaino, con urla o sospiri, verso un inevitabile affondamento. 

Tuesday, 5 May 2009

B&B

Nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Marx spiega come, nonostante la missione di Bonaparte consistesse nell’assicurare l’Ordine Borghese e quindi nel perseguire gli interessi della classe media, egli, in quanto leader, doveva al tempo stesso ergersi al di sopra degli interessi particolari, così da non rimanere imprigionato nel ruolo ristretto e pericoloso di rappresentante di una sola classe. In quanto leader egli avrebbe dovuto porsi fuori, al di sopra delle classi. Zizek (Contro i Diritti Umani) suggerisce che il modo in cui ciò potè avvenire consistette, paradossalmente, nel porsi alla guida di una classe particolare, “per la precisione, di quella classe che non è sufficientemente strutturata per agire come un agente unitario che richiede rappresentanza attiva”. Questa classe era la massa di contadini diseredati che vivino in condizioni di vita simili, senza tuttavia “entrare in relazioni articolate l’uno con l’altro. Il loro modo di produzione li isola l’uno dall’altro anzichè riunirli insieme [....] Sono quindi incapaci di far valere i loro interessi nel loro nome, sia attraverso un Parlamento che una Costitutuzione. Non possono rappresentare se stessi; debbono farsi rappresentare. Il loro rappresentante deve in pari tempo apparore loro come il loro padrone, come un’autorità che si impone loro, come un potere governativo illimitato ...” (Marx, ibid.). In questo Zizek trova la chiave paradossale della rappresentanza populistico-bonapartista, che per essere al di sopra di tutte le classi deve rappresentare la classe incapace d’agire come agente collettivo poichè troppo povera e al tempo stesso disgregata (al contrario del proletariato di fine Ottocento).

Il comando di Berlusconi presenta la stessa struttura populistico-bonapartista. Egli si fonda su di una massa di Italiani incapace di unirsi come agente collettivo. Tale non-classe non condivide lo stessa sorte lavorativa, non stiamo certo parlando di contadini diseredati. Anzi, non ha necessariamente affinità in senso materialistico. La comunanza tra questi individui è più sottile e giace al livello culturale della scorrettezza politica. Si tratta della massa dei furbi, insofferenti delle regole, razzisti, intolleranti, nostalgici, egoisti, arrapati, maschilisti, la proverbiale ‘maggioranza silenziosa’, la scorretta italianità media. Tale maggioranza di fatto, però, manca di una sufficiente strutturatezza che le permetta di porsi come agente unitario. Essa è una non-classe trasversale negli interessi, negli usi e nei costumi, accomunata solo da una furberia condivisa, dalla scorrettezza, dall’intolleranza, quindi da un qualcosa di politicamente inaccettabile, impossibile (almeno fino a ieri) da rivendicare pubblicamente. L’incapacità per questa classe di formarsi come agente collettivo comune e far valere esplicitamente i propri interessi si fonda nella palese illiberalità, illegalità, incostituzionalità di quest’ultimi, che sebbene trovino multipli sbocchi nelle mille feritoie della politica italiana, ancora mancavano di qualcuno in grado di rivendicarli totalmente, al punto d'incarnarli.

Berlusconi emerge in quanto rappresentante di fatto di tale non-classe, l’unico che con la sua preponderanza, col suo ‘eccesso osceno’ di potere è in grado di unificarla idealmente e letteralmente, dal momento che– attraverso le sue decisioni politiche, le sue dichiarazioni, il suo comportamento e la sua torbida storia personale – egli è un avallo vivente alle velleità di questa massa, è il megafono che essa aspettava. Meno grezzo ed estremo della beceraggine leghista, egli è vero Bonaparte per la maggioranza scorretta degli Italiani, che trasversalmente lo vota perchè in lui si vede prima di tutto giustificata, realizzata.

Wednesday, 22 April 2009

Legati

Chissà se un giorno gli Italiani si renderanno conto di quanto lo stile di vita che amano sia diverso dall'idea squallida, noiosa e irrazionale che propone la Lega.

Intanto i milanesi non possono mangiare la pizza al taglio per strada e se han voglia di kebab alle 3 (perchè è solo a quell'ora che ti vien vogglia), pazienza, poichè "è nell'interesse dei cittadini" che tale voglia non venga soddisfatta, cosi come nel loro interesse è la proibizione di accompagnare una passeggiata estiva con il consumo di un cono gelato. Quale perentoria dimostrazione di forza, ordine nuovo con cui ristrutturare lo spazio della città e l'etica del cittadino verso nuove pianure (padane) di verde rigore. Si fuma fuori, si mangia dentro, è cosi semplice che non si capisce perchè non ci abbiamo pensato prima.

Il tutto ricorda un filmetto di visione gradevole, guarda caso ambientato a Milano, in cui la costruzione di una cancellata a chiudere un parco era inneggiata violentemente anche dal gruppetto di giovani nullafacenti che di solito lo frequentavano, perchè anche nel film, come nella realtà, bastava inserire uno specchietto per le allodole di altra razza, possibilmente arabo o romeno (nel film i marocchini che spacciano coca, nella realtà gli arabi che vendono kebab) per avere i pecoroni tutti in fila dietro al pifferaio verde. La scena finale mostrava gli stessi giovani che guardavano gli effetti della 'battaglia' che avevano combattuto, una bella cancellata che teneva fuori dal parco tutti, i marocchini e anche loro.

Wednesday, 1 April 2009

Indovinello

A chi si riferisce questa descrizione, e dove?
la presenza di bambini che seguono gli adulti per suscitare la pietà dei passanti, le condizioni di sovraffollamento e sporcizia nelle quali gli immigrati vivono, le risse frequenti che scoppiano per motivi anche futili, una condotta che si sospetta immorale.

Monday, 30 March 2009

L'insostenibile Leggerezza dell'Idiozia

Allevi @ Union Chapel, 27-03-2009

Allevi:

Un concerto di pianoforte 'solo' inoltre dovrebbe essere svolto con il minimo attrito anche da parte del pianista , riducendo o ancor meglio evitando del tutto la parola, limitando il linguaggio a quello sonoro del pianoforte. 'Entrare' in un concerto di pianoforte richiede un'immersione psico-fisica nel 'mood' pianistico cosi da poter sperimentare molteplici micro-sindromi di Stendhal, far straripare le sinapsi a fior di pelle per godere totalemente dell'esperienza musicale, nel bene e nel male.

Il concerto di Allevi si è svolto all'insegna di un cabarettismo da operetta, con il pianista a presentare simpaticamente ogni canzone prima di performarla, come se di un mero concerto pop si trattasse. Questo ha impedito qualsiasi sforzo di immedesimazione con il tappeto musicale, anzi, lo stesso tappeto è stato constinuamente sfilacciato e stralciato da questo andamento singhiozzante. La musica ne ha sofferto malamente, con il concerto ridotto ad ascoltare più o meno distrattamente di composizioncine di facile, talvolta facilissimo ascolto, senza però l'effetto di rilassata e malinconica quiete che un album di Allevi di solito offre, appunto se consumato con debità continuità ed attenzione. L'interruzione continua con l'applauso, la presentazione del pezzo, la battuta e la risata del pubblico in pratica agiva come mannaia spezzando ogni volta l'immersione nel 'mood' Alleviano, risvegliandoci bruscamente e fastidiosamente, aumentando costantemente nel sottoscritto un nervosismo crescente.

Il Pubblico:

Un concerto di Giovanni Allevi non è un concerto di Vasco, si suppone che un concert per pianoforte 'solo' implichi concentrazione, raccoglimento, battimani soffuso tra una canzone e l'altra, silenzio e riduzione al minimo del disturbo durante la performance, al limite un frastuono d'assenso alla fine del concerto per l'eventuale richiesta di bis.

Di fronte alla mia orrificata sorpresa, il pubblico di maggioranza, se non totalità italiano, si lasciava andare non solo ad applausi fragorosi ad ogni canzone, ma anche ad urla tipo "Vai Allevi" "Siiiii" "Iuuuuuuuu" e cosi via. Non solo la performance, ma anche la presentazione di una canzone prima ancora che essa venisse suonata, erano in grado di scatenare reazioni scomposte di giubilo. Assistevo attonito alla quintessenza del modo italiano di apprezzare l'arte, ovvero, l'individualizzazione estrema che tralascia l'atto artistico stesso, per esaltare l'artista in sè, a prescindere da cosa faccia, da come lo faccia. O, in altre parole, l'ascolto di un pezzo non come esperienza legata al pezzo stesso, ma piuttosto come momento aneddotico da poter poi raccontare, anche solo a se stessi.

Il pubblico Italiano di norma non segue artisti, segue idoli, si nutre della loro presenza, indipendentemente dalla performance stessa poichè ha già deciso in anticipo che questa sarà grandiosa ed indimenticabile. La capacità critica è notoriamente inesistente, i media campano di celebrazioni, ogni nuovo film, ogni nuovo album, ogni nuova opera di un artista conosciuto è inevitabilmente accolta acriticamente come l'ennesima prova della capacità di quest'ultimo, il cui passato basta ed avanza a giustificare qualsiasi presente. Siamo all'apoteosi dell'entusiasmo preventivo, di gregge o da stadio, che differenza non fa. In questo possiamo situare la tipica piaggeria italiana di fronte all'artista universalmente riconosciuto sottolineata dal giubilo scomposto di massa cosi ben evidente di fronte ad Allevi in un contesto cosi poco adatto a tali manifestazioni di volgare beceraggine (un concerto per pianoforte 'solo' in una chiesa).

In tal senso si può comprendere la simmetrica disattenzione nei confronti dell'enorme sottobosco di talenti che, mancando di riconoscimento ufficiale, sono destinati appunto al sottobosco a vita. Tutto ciò è incredibilmente italiano, questa incapacità di riconoscere e valorizzare talenti (sia nel campo dell'arte che in quello della ricerca e cosi via) poichè la massa ignorante non apprezza il talento in quanto tale, ma solo quello che è stato certificato come talento (fosse anche solo X-Factor a sanzionarlo) e che è stato già riconosciuto come tale a livello istituzionale. Come altro giustificare ad esempio l'ottenebramento di migliaia di talentuosi musicisti dal panorama italiano?

Non voglio certo sostenere che il consumo d'arte, in questo caso pianoforte, debba essere necessariamente ipirato da un distacco empireico. Tuttavia c'è un limite a tutto. Venerdi ho assistito alla bastardizzazione del pianoforte in un prodotto volgare ad uso e consumo di masse bramose di meri virtuosismi su cui aggrappare la propria disperata ignoranza. L'interruzione programmata della musica, l'urlo isterico o del pubblico, il continuo ed immensamente fastidioso scattare fotografie - con tanto di flash - come se ad ogni nuova canzone si potesse avere una fotografia diversa di Allevi al pianoforte, come se la sua postura non fosse comunque sempre la stessa, come se il fulcro di un concerto pianistico sia il catturare infinitamente l'immagine del pianista, fracassando i coglioni dello spettatore al tuo fianco. Questo è lo stesso pubblico che con la bocca piena di fagotti alla frittata esprime stupore ed apprezzamento di fronte al virtuosismo fine a se stesso e poi è si volta altrove quando assiste ad un puro disvelamento artistico. In nessun altro modo potrei descrivere un pubblico in grado di lanciare urli scomposti da stadio anche dopo un pezzo riflessivo come Go with the Flow, un pubblico cosi concentrato nel proprio essere-al-concerto da dimenticare del tutto il concerto stesso.

Non si tratta di mero inveire intellettuale ed elitario, ma di amara considerazione di aver assistito ad un concerto che non era altro che miscrocosmo di un paese ignorante, che agisce e consuma come gregge, in quanto tale privo di conscienza critica che non sia un raglio indistinto di gioia o di rabbia, a seconda di come soffi il vento, che il gregge è sensibile, al vento.

Ben venga Keith Jarrett con la sua antipatica ed idiosincratica condotta che arriva ad interrompere un concerto per un applauso o un flash di troppo. L'esperienza musicale di un pianoforte 'solo' deve essere guadagnata ad un prezzo che non è solo quello del biglietto, ma anche l'aggiuntivo debito di raccoglimento che si deve all'artista, quel surplus di riverenza che sottolinea il suo essere qualcosa di più di un sempice prodotto commerciale, e che non può certo limitarsi all'atto rituale dell'applauso. Approvo Keith Jarrett in pieno. Se non si è in grado di comportarsi come si deve ad una performance del genere, che si venga pure cacciati a calci in culo, rediretti verso più appropriate occasioni d'applauso isterico ed ululato sguaiato.