Monday, 14 December 2009

Anno Zero come macchina perfetta del Berlusconismo

L’affermazione non è certo nuova, lo stesso Berlusconi ed i suoi compari sposano a pieno questa tesi. I loro argomenti, però, sono clamorosamente errati. La tiritera che il cosidetto ‘anti-berlusconismo’ sia in verità vantaggioso a Berlusconi è palesemente inadeguata, come i fatti dimostrano. Infatti l’unico periodo degli ultimi 15 anni in cui si è assistiti ad un vero raffreddamento della critica a Berlusconi (il cui appellativo di “antiberlusconicmo’ è un chiaro trick ideologico tramite cui si depoliticizza la critica, caricaturizzandola in semplice odio, antipatia o quant’altro – stesso meccanismo avviene con la definizione “antipolitica”), ovvero durante la sciagurata campagna elettorale Veltroniana, in cui l’ “abbassamento dei toni” è stato cosi assoluto da culminare nel rifiuto addirittura di nominare Berlusconi – ridotto a ‘principale esponente dell’opposizione’ – beh, tale periodo è coinciso con la più grande affermazione di Berlusconi. Insomma, la critica gli dà fastidio eccome, e non è certo che per il fatto d’essere critico Anno Zero fa un favore al Cavaliere. Tuttavia è la struttura stessa del programma ad essere costruita appositamente per favorire la vulgata Arcorea. Questo avviene, prima di tutto, grazie al ritmo volutamente incalzante, rapido e spesso caotico del programma, con elementi continuamente volti ad ad abbassare il livello d’approfondimento, come ad esempio l’ossessivo interrompere l’interlocutore di Santoro, il suo continuo metter fretta, saltare alle conclusioni, impedire insomma d’articolare argomentazioni compiute, specie se si tratta di personaggi non politici – una caratteristica condivisa con i vari Vespa, Floris etc. ma senza dubbio portata all’estremo nel suo caso. Se questo ‘incalzare fastidioso’ è un elemento quantitativo, legato al ritmo televisivo, anche se esasperato, altri elementi qualitativi contribuiscono a superficializzare le tematiche in gioco. Senza dubbio tra questi è la continua ironia sarcastica e vittimista di Santoro. Da una parte, egli gioca continuamente con la questione del proprio martirio bulgaro e dell’eventualità di un prossimo martirio alle porte. Da una parte non sbaglia ad indicare pressioni inusuali che il suo programma riceve. Il problema però non sta nel denunciare rischi e pressioni, piuttosto nel tono quasi sempre ironico, che ha troppo spesso l’effetto di ridurre una discussione importante ad un’amabile conversazione da bar. Santoro si compiace di questa auto-caricatura di ‘eversore’, non rendendosi conto che è esattamente tale potenzialità eversiva che se ne va nel suo consueto vittimismo, che si racchiude poi nell’aporia fondamentale: se è un perseguitato, com’è possibile che abbia una platea nazionale ogni settimana? La spiegazione, a nostro parere, giace esattamente non già nell’essere Anno Zero innocuo, piuttosto nella sua carica depoliticizzante. Infatti, nel suo misto di ironia, sarcasmo, vittimismo e ‘buttarla a ridere’, Santoro manovra abilmente il livello della polemica, sempre attento a raffreddare la portata di questioni potenzialmente spinose – e, si badi bene, spinose non vuol dire questioni da rissa verbale, quelle ovviamente sono abbracciate senza problemi. Per quanto si ritenga eversivo, per quanto abbia uno stile aggressivo, Santoro non va neanche vicino al modo d’incalzare di un Gad Lerner. Mentre quest’ultimo, pacatamente, mette alle strette il solito parlarsi addosso del politico ripetendo o evidenziando domande precise – a cui il politico cerca di sfuggire quasi per definizione – Santoro evita d’incalzare oppure, di fronte alla palese malafede, si limita a rispondere sornionamente con uno sguardo, una battuta, come a dire “so che stai mentendo, lo sappiamo tutti, tuttavia non ti farò fare una brutta figura svergognandoti davanti a tutti”. In pratica Santoro si limita a ‘stuzzicare’ senza mai incalzare il politico, utilizzando l’ironia ed il sarcasmo non come armi dialettiche, ma al contrario come meccanismi di difesa, tramite i quali mettersi in pace la conscienza, evitare la domanda che VA fatta, al tempo stesso placando il personare rimorso per non averla fatta. Meccanismo esattamente opposto a quello del giornalismo anglosassone che proprio sualla domanda insiste, non concedendo facili vie di fuga al politico, ed evitando sdrammatizzazioni che appunto sdevierebbero l’attenzione da un fatto puramente grave: un politico che si rifiuta palesemente di rispondere di fronte ai suoi elettori. Il meccanismo Santoriano si può definire un meccanismo di depoliticizzazione (e quindi sdrammatizzazione), pertanto quintessenzialmente ideologico. Si basa sul traslare la rilevanza politica-sociale-etica di un fatto entro un territorio protetto, quello dell’ironia autommiserativa ad esempio, cosi da depotenziare la potenziale critica. Se queste riflessioni, mancando la referenza diretta ad accadimenti specifici – non ho tempo ne voglia di analizzare sociolinguisticamente Anno Zero – possono sembrare ipotetiche, è possibile indicare almeno quattro esempi in cui tale inscatolamento depoliticizzante di quello che ho definitio come ‘spinoso’ – radicale, puramete politico, polemico, critico etc. – viene materializzato, spazialmente e temporalmente.

- L’anteprima d’Anno Zero è dedicata a dichiarazioni propriamente polemiche di Santoro, che fa il punto della settimana in modo efficacemente serio e diretto. L’anteprima è senza dubbio il momento migliore d’Anno Zero, il momento più radicale e potenzialmente pericoloso per il governo. Esattamente per questo si tratta di anteprima: il polemico, il radicale, il ‘politico’ – nel senso post-strutturalista del termine – è confinato al di fuori del programma stesso, nel tempo (anteprima) e nello spazio, con Santoro in piedi, solo, circondato dall’oscurità, come in uno studio ancora vuoto. Ecco evidente la traslazione del potenziale radicale entro uno spazio sicuro, in quanto breve ed ‘al-di-là’ del programma stesso. Il fatto che per qualche tempo le puntate caricate su internet mancassero proprio dell’anteprima fa, in tal senso, pensare che non si trattasse semplicemente di un errore tecnico

- Travaglio. Il giornalista, di nota vis polemica e una delle ragioni del successo del programma, è trattato in Anno Zero come una specie rara e pericolosa, una sorta di saltimbanco da tener zitto durante la puntata e da far scatenare solo una volta, nell’occasione del suo monologo dove, ancora una volta, esso è precisamente delimitato nel tempo e nello spazio (si alza per il monologo, non resta seduto tra gli altri ospiti, è così eccezionalizzato). In tal senso egli può parlare solo in quanto rinchiuso in questa riserva, in una zona di sicurezza che è il monologo. Il senso di distacco è totale. Travaglio inizia a parlare dopo lo stacco pubblicitario, in un momento prestabilito e non connesso direttamente allo svolgimento del dibattito, senza esser presentato. Ciò che è ancora più sorprendente è che, una volta finito, il monologo stesso è fatto cadere nel nulla. E si badi, non sono i politic a sfuggirne. È lo stesso Santoro, appena Travaglio finisce di parlare, a fare domande o mandare servizi senza riferimento alcuno a ciò è stato appena detto. Addirittura sono spesso i politici, magari criticati direttamente, a riprenderlo con la solita frase “prima di rispondere alla domanda, non posso non commentare ciò che ha detto Travaglio etc.”. Insomma, è come se Travaglio si lasci sfogare, al centro dello schermo, gli si lascia dire tutto quello che vuole, per poi rinchiuderlo in gabbia e tornare alla normalità, senza che ciò che ha detto sia neanche considerato. L’effetto depoliticizzante è totale e si adegua perfettamente alle reazioni dei politici che accusano Travaglio direttamente, piuttosto che sui contenuti, ed in ogni caso ciòavviene SOLAMENTE per loro decisione, senza nessuna pressione di Santoro. In effetti sembra che Santoro voglia far dimenticare Travaglio il più presto possibile (certe volte la cosa è talmente evidente da non poter essere indipendente da qualche pressione aziendale specifica). Nelle rarissime occasioni in cui Travaglio interviene durante il resto della puntata, Santoro è sempre pronto a smorzare la radicalità delle affermazioni del giornalista, spesso, di nuovo, buttandola sull’ironia. Esempio perfetto nell’ultima puntata: Mantovano, sulla difensiva, nega i dati portati da Travaglio: probabilmente son stati pubblicati da Repubblica, dice sarcasticamente; Travaglio, prontamente, fa notare che i primi a pubblicarli erano stati Libero e il Giornale; a quel punto, con Mantovano palesemente incastrato nell’angolo, ecco che arriva Santoro a salvarlo con una battuta, ironizzando sul fatto che Travaglio legga Libero ed il Giornale. Lo studio ride, l’argomento si affloscia, Mantovano non perde la faccia, il dibattito può ricominciare. Il meccanismo, che avviene di continuo, a mio parere ha contribuito ulteriormente a delegittimare Travaglio, ormai presentato sempre come un parolaio di parte, praticamente squalificato dalla categoria dei giornalisti, sistematicamente attaccato dal politico di turno senza che Santoro faccia nulla per difenderlo – e sarebbe tenuto a farlo, quando gli attacchi sono personali e non contenutistici, a prescindere da ciò che Travaglio dice;

- I ragazzi della cosidetta Generazione Zero. Ovviamente fa molto cool invitare i ggggiovani a parlare. Al tempo stesso i ggggiovani possono essere imprevedibili, posso fare troppe domande ad esempio. Ed è per questo che vengono di nuovo intrappolati nello spazio – parlano in piedi dalle tribune - e nel tempo, nel minuto o poco più che gli è concesso. Poi si dissolvono. Perfetto esempio di introduzione ideologica del concetto di interattività entro un talk show politico, ovvero riducendola a semplice cameo: aggiungere un pizzico d’ ‘interattività giovane’ e mescolare...

- Infine, la conclusione con Vauro, il cui intervento finale, a volte in verità divertente, ottiene tuttavia l’effetto di ‘spostare’ ogni aspetto polemico nel più sicuro spazio dell’umorismo vignettistico, anche rischiando di far scivolare le questioni sollevate dalla puntata nella caciara delle risate. Paradossalmente i giudizi più netti, precisi e radicali vengono proprio dalle vignette, tuttavia depurate in quanto tali di ogni valenza politica; (questo è sintomo di una più ampia tendenza di vari programmi in Italia, da quelli politic a quelli sportivi, a mescolarsi nel varietà, perdendo la loro identità ed il loro senso: quando controcampo diventa indistinguibile da una puntata di domenica in, non ha più senso nè per chi guardava il primo, nè per chi guarda la seconda).

Insomma, il meccanismo di traslazione depoliticizzante sembra traspirare da ogni fotogramma di Anno Zero, con l’effetto di depotenziare ogni potenzialità critica ed, in ultimo, pericolosa per il governo. Chiaramente a volte, nonstante ciò, sono i contenuti ad avere una forte valenza critica. Però è il modo in cui vengono incastrati in questo format depoliticizzante a privarli di mordente, renderli innocui. Auto-caricaturandosi e depoliticizzandosi, Anno Zero diventa un contenitore che automaticamente i contenuti e caricaturizza gli attori, dando al governo possibilità di rivendicare libertà di stampa ed opinione – “come fate a parlare di non-libertà di stampa se c’è Anno Zero??”- allo spettatore la simmetrica illusione di libertà, ed offrendo ai politici in genere un comodo bersaglio, nella solita tradizione dell’insultare il dito che indica la Luna, macchiettizzare e screditare il critico evitando accuratamente di rispondere a ciò che sta dicendo.

Tuesday, 13 October 2009

Ottimismo Venerabile o, come cambiano i tempi



Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacità, onestà e tendenzialmente disponibili per un'azione poltica pragmatistica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche. Altrimenti il rigetto da parte della pubblica opinione è da ritenere inevitabile.

Wednesday, 12 August 2009

Circumventing Censure


Organic Recycling, Hakkari, Kurdistan

So, it happens that good old Assad doesn't like FB and all the Israeli conspirators apparently striving to be your next FB friend. Therefore, FB is obscured in Syria. Nice one.

Anyway, God and the Web have infinite ways and to stop them all is pretty unfeasibile.

Therefore, after 4 days between Euphrates and Syrian desert, I gradually moved from the chador-ed women of Raqqa to the mini-skirts of Lattakia, and tomorrow I'll set for Aleppo.

a la prochaine

P.S. Per gli eventuali italiani interessati alla sorte del sottoscritto, FB e' illegale in siria, quindi non daro' mie notizie per un po' (che culo). Ora sono a Lattakia, la riccione siriana, domani Aleppo...




Saturday, 6 June 2009

Tacita Dean's 'Still Life' @ Fondazione Trussardi, Milano

Il medium è il messaggio. Non solo. Il medium è una modo specifico di consumo, esso porta con sè una modalità di fruizione, risultato delle sue caratteristiche tecniche, nonchè del contesto socio-culturale in cui è immerso. La visione di un medium come quello cinematografico (per comodità ci si riferisce, seppur imprecisamente, ad ogni ‘immagine mobile’ proiettata in uno schermo, o un muro) è orientata da un sistema predeterminato di attese, attenzioni, fissazioni, esitazioni, mancanze, predisposizioni, necessariamente diverse da quelle che caratterizzano la visione d’un’immagine fissa, come una fotografia, o un quadro.

Rispetto alla visione statica, quella mobile è di norma orientata alla performanza, all’evento, all’azione. Diversamente dall’immagine fissa, sia essa fotografia o quadro, nell’osservare immagini in movimento il nostro cervello elabora continuamente scenari futuri, costruendo le possibili trame in cui l’immagine mobile potrebbe evolvere. Ne deriva una più o meno inconscia frustrazione quando la telecamera indugia troppo a lungo su di un’inquadratura, quando le immagini non mostrano variazioni di sorta per tempi prolungati, quando il perseverare del presente nega testardamente l’evoluzione verso un qualunque futuro. Nel linguaggio cinematografico popolare si definisce come ‘lento’ un passaggio, o un’opera che causa un numero eccessivo di tali frustrazioni di questo tipo nello spettatore. L’occhio impaziente dell’osservatore contemporaneo, specialmente se proveniente dalle cosidette società post-industriali, è abituato al bombardamento informazionale, cioè a gestire una sovrabbondanza di stimoli, piuttosto che una mancanza degli stessi. Egli è uso alla selezione, o al subire passivo la quotidiana overdose di stimoli multi-sensoriali. Molto meno egli è uso alla ricerca, allo scavo. In tal senso l’atteggiamento dell’uomo di fronte all’immagine mobile può essere legato a quello stato d’animo che Magris descrive nella “vita come mancanza, come deesse, annientata di continuo dalla speranza che la difficile ora presente sia già trascorsa, affinchè sia superata l’influenza, superato l’esame, celebrato il matrimonio o registrato un divirzio, arrivate le ferie, giunto il responso del medico” e, aggiungiamo noi, affinchè muti la presente inquadratura in una nuova, in modo tale da tenere viva l’attenzione, rimandando continuamente il momento della pura contemplazion. Tale uomo trova arduo un certo tipo di cinema d’autore, specie se asiatico, ad esempio, o fatica di fronte ad un’ora di ripresa fissa su un branco di ruminanti stagliati sullo sfondo oceanico.

Proprio l’ultima citazione si riferisce ad uno dei video più straordinari della mostra Still Life di Tacita Dean, esposta alla Fondazione Trussardi di Milano.

Si tratta di filmati lunghi e statici, che si soffermano con perseveranza infinita su lente, appena percettibili variazioni di luce, tempo e movimento. Due pere immerse nell’alcol di due bottiglie per la preparazione dei distillati, i cui colori pastellati si mescolano imprevedibilmente al calare della luce solare. Un gruppo di mucche che si rilassano su una costa in Cornovaglia durante un’eclisse solare. Un lungo piano sequenza da un traghetto durante una traversata della manica. Una ripresa persistente e desoggettivante dell’artista ‘povero’ Mario Merz.

Per apprezzare l’opera di Tacita Dean non bisogna certo avere l’eroica e masochistica ambizione di infliggersi il supplizio di una visione d’estrema fatica nella continua, e continuamente frustrata attesa che qualcosa di significativo accada. Non si tratta di questo, non di una prova di endurance. A ciò tutto si ridurrebbe se non ci si spogliasse da un ‘modo di vedere’ l’immagine mobile che attinge contemporaneamente sia dalla Storia dell’immagine in movimento, sia dalla nostra contemporaneità orientata, come detto, all’evento, alla deesse. Questo ‘modo di vedere’ non è certo l’unico, però tempo, abitudine, esperienza e cultura lo hanno naturalizzato fino a farne una pratica reificata e standardizzata, adottata dall’osservatore a livello inconscio, che rende l’attenzione impaziente verso il possibile ‘qualcosa’ che dovrà accadere, creando insofferenza di fronte alla ‘lentezza’ dell’immagine. In tal modo lo spettatore di un prodotto ‘difficile’ come quello della Dean si divide tra quello che ‘resiste’ eroicamente e quello che esce anzitempo tra sbuffate imprecazioni, alla ricerca di una luce solare non credeva potesse agognare a tal punto.

Fortunatamente lo spettatore ha un’altra, molto meno impegnativa ed immensamente più gratificante possibilità. L’osservatore deve svuotarsi da tale ‘modo di vedere’, ridursi all’ingenua ed infinitamente paziente disponibilità che si ha di fronte all’immagine fotografica. Egli deve quindi depurare completamente l’attenzione dalla deesse – cioè dall’attesa di un qualcosa da cui siamo temporalmente separati – al modo in cui è uso di fronte alla stabilità della fotografia.

Still Life, in tal senso, può essere inteso come un monito al fruire delle immagini come se veramente di quadri si trattasse. Un monito ad arrestare la nostra impazienza, a ‘farci’ osservatori puri di quadri. Quadri mobili da assaporare con la stessa modalità con cui ci poniamo di fronte ad un paesaggio di Patirin, scrutando l’intera superficie visuale, apprezzando la bellezza estetica del corpo chiazzato della mucca che si rabbuia all’oscurarsi del sole, ricercando il particolare nello sguardo di Mario Merz, cogliendo lo sprazzo di luce, il colore, la forma. Abbandonando completamente l’impazienza, l’attesa di un qualcosa che deve accadere. Come di fronte ad un quadro, noi sappiamo che niente dovrà accadere, che il tempo di visione non serve ad elaborare aspettative più o meno inconscie, ma semplicemente a gustare ogni centimetro quadrato di ciò che abbiamo di fronte, alla pura contemplazione estetica.

Una volta cambiata modalità, possiamo letteramente bere dalla fonte visiva che offre l’artista. Il lento superamento, da parte del traghetto, di un barcone rosso che ciondola lentamente sul mare liscio della Manica assume un potere poetico sconvolgente, incolla lo sguardo all’immagine proiettata sul muro, ribalta l’ansia precendente (quella della deesse) nell’opposto desiderio che il filmato mantenga la dovuta lentezza, che ci permetta d’assaporare fino in fondo l’immersione ritmica dello scafo dentro al liquido blu. Allo stesso modo i lentissimi cambi di luce della cornovaglia in eclisse affascinano gli occhi a patto che essi si siano fatti visione, radicalmente, puramente devoti al vedere, al di là di ogni trama o evento, al punto da restare ipnotizzati di fronte a 15 minuti d’immagina fissa su nuvole, sole e vento, perdendosi dentro le forme nembiche in continua, musicale mutazione.

Still life è una mostra di rara fascinazione, una mostra che chiede molto allo spettatore, ne pretende non già attenzione, pazienza e resistenza – questo è compito che più si confà ad un congresso politico – ma piuttosto la disponibilità ad abbandonare la quotidiana praticità dello sguardo performante, a vantaggio d’una visione ingenua di puro estetismo passivo. Se lo spettatore è disposto a tanto, viene ripagato da sinfonie visive di bellezza lirica, destinate a lasciare nella memoria visiva una traccia di piacere ovattato. L’opera della Dean è un antidoto contro l’ansia contemporanea, un'ingiunzione a fermarsi e cogliere la mistica bellezza che le molteplici e luminose mutazioni di natura, esseri viventi ed oggetti offrono quotidianamente allo sguardo dello spettatore, quando esso è disponibile a farsi rapire. 

Monday, 18 May 2009

Al di là della Lega e dell'ONU: Per una Politica Radicalmente Emancipatoria sull'Immigrazione

E’ venuto il momento di una decisione politica radicale in grado di risollevare la società dal torpore menefreghista a cui si è lasciata andare, risvegliato solo da rantoli di intolleranza becera o lamentosi sospiri verso una tollerante etica dei diritti umani. É venuto il momento di abbandonare pietismo, qualunquismo e razzismo, e con essi la concezione duale dell’immigrato come criminale da temere o vittima da salvare. Il momento d'una decisione fondata in un concetto puro di Uomo come soggetto politico in grado di scegliere/accettare attivamente il proprio essere-gettato nel mondo, capace di esserci, sovrano del proprio, inevitabile destino. L’Uomo come soggetto immortale, al di là della carne deperibile e del viscido istinto di conservazione, oltre la tirannia della necessità, oltre la schiavitù dell’odio, oltre le lacrime da coccodrillo dell’attivismo a-patto-che.



Tale decisione deve inevitabilmente emergere dal bisogno di rompere con questa palese incomprensione della natura umana, che ci ostiniamo a percepire come limitata dalla morte, frammentata dai confini, ancorata alla cittadinanza, all’onestà o chissa quale altro status ‘necessario’. Un profondo riconoscimento delle potenzialità infinite dell’Uomo porterà a cancellare una volta per tutte l’insostenibile dicotomizzazione tra l’uomo occidentale e l’Altro (sia che poi lo si voglia uccidere, sfamare, gettare in mare, o ‘comprendere nella sua alterità’ come se fossimo allo Zoo).



La decisione a cui mi riferisco è è quella di eliminare completamente le frontiere, la distruzione completa di quel baluardo su cui ha proliferato il noioso e sanguinario nazionalismo, all’interno, ma anche il culturalismo ‘de noattri’, all’esterno, fatto di brevi viaggi eticamente corretti alla ricerca di un’altro pittoresco quanto basta, o di economica tolleranza, sempre che l’altro si integri, sia onesto, lavoratore, possibilmente fatto a nostra immagine e somiglianza, e a distanza.



A livello geopolitico, questo gesto corrisponderebbe ad una collettiva presa di coscienza dal cambiamento, una fondamentale accettazione della mutazione in atto e quindi della necessità di abbandonare tutti gli sterili tentativi che dalla Lega all’ONU s’illudono d’aggirare la Realtà che eccede già da tempo la loro più o meno ipocrita convinzione.



Basta intolleranza, basta tolleranza. Entrambi gli atteggiamenti presuppongono un soggetto attivo che tollera o intollera, ed un soggetto passivo, ricevente della relativa cattiveria, bontà o giusta retribuzione, a seconda del vento.



Smantelliamo una concezione di frontiera marcia, che più la si rafforza più s’impudridisce e che è inevitabilmente macchiata dal peccato originario. Non si tratta semplicemente di accettare l’immigrato poichè gli sconvolgimenti che avvengono nel suo paese derivano da un processo idi crisi nsostenibile in cui lo zampino occidentale è più che marcato fin dal passato coloniale al presente multinazionale. Vero, ma troppo facile. 'Accettare’ impone ancora una volta un noi e loro, un ‘accettante’ e un necessariamente riconoscente ‘accettato’. Basta illudersi, con gli occhi umidi, d’ aprire le porte al trovatello del sud, consci (quale presunzione!) di portare le colpe della sua fuga dalla povertà e/o guerra, paternalistici e benevolenti, col cuore che si riscalda e la coscienza che per un attimo si placa. Troppo facile, più facile ancora del Leghismo impudente che almeno scivola coerente dal terrone all’immigrato per poi probabilmente tornare di nuovo al terrone, perche se razza padana dev’essere, che essa sia.



No, l’unica cosa che dobbiamo accettare è che una realtà è finita, dopo decenni di crolli il modello è definitivamente morto, non solo geopoliticamente ma anche socialmente. La nostra vita com’era non è più sostenibile, nonostante i tentative disperati di sigillarla dall’interno con intollerante calcinculismo o umanitaria benevolenza. Il puzzle si è definitivamente fuso. Stiamo assistendo ad una società che si illude di continuare a buttar l’acqua fuori dallo nave mentre il mare entra inesorabile dagli squarci nello scafo. L’azione, che esso sia leghista o umanitario, di rallentare l’affondamento attraverso respingimenti o ‘adeguati controlli per stabilire chi possa entrare in italia e chi no’ corrisponde all’ennesimo tentative di ri-imporre una dicotomia da sempre fittizia, oggi più che mai accettabile.



Ogni volta che si definisce l’altro come vittima o comunque "destinatario" di qualcosa, diventa necessario distinguere ulteriormente tra chi merita questo qualcosa e chi no, per chi il bastone e chi la carota. Tutto ciò è sbagliato dal principio. Ciò è visualizzare l’altro come necessariamente vulnerabile, una ‘nuda vita’ priva di alcuna soggettività politica, una creatura alla nostra mercè, che noi ci arroghiamo il diritto di definire. Il destroide turpe ed incarognito combacia col sinistroide ispirato da giustizia sociale fai-da-tè ed il cristiano pieno d’amore per per il prossimo, tutti condividono il peccato originale nella convinzione che il paradiso terrestre sia crollato, che l’uomo sia finito, e che rimaniamo noi a portare la croce, o la spada, che differenza non fa. Solo accettando la superiorità dell’Uomo, la sua immortale raison d’etre potremmo dirigersi verso una svolta radicale, emancipando la nostra società dal suo peccato etnocentrico originale, così come dalle sindromi ossessive che la soffocano. Solo una svolta del genere potrebbe essere veramente “umanitaria”, poichè si rifiuterebbe finalmente di valutare gli individui in base alla provenienza, alle azioni, alle carte, distruggerebbe finalmente quello scarto originale tra nascita e nazione che finisce per inchiodare l’ideologia dei diritti umani alla mera difesa delle varie nazionalità. Finirebbe l’ipocrita valutazione dell’immigrato che merità di entrare e quello che non lo merita, di chi va ‘respinto’ e di chi va ‘accolto’, come se ci fosse una, dico una ragione in grado di giustificare il ruolo che ci arroghiamo di grandi selezionatori. Una rivoluzione umanitaria che si illude di perseguire il ‘bene’ all’interno di un sistema ancorato alla ‘necessità’ è destinata a peggiorare la situazione che cerca di migliorare.



C’è bisogno di una fine del comune appellarsi ad un’etica condivisa, e del comune inorridirsi di fronte alle eventuali anti-eticità. I proponenti di un sistema che pretende per individui nati altrove delle ‘condizionalità’ speciali è un sistema destinato a fallire, e i diritti umani non riescono – in quanto ideologia basata sulla dicotomia tra noi e loro, e sulla separazione tra l’uomo e il cittadino (col conferimento dei diritti a quest’ultimo) – a venir fuori da questa impasse. É fin troppo semplice lasciare 50 centesimi all’elemosinante di turno e sentirsi a posto. É troppo semplice pretendere, illuminati da un’altra coscienza umanitaria, che gl’immigrati non debbano delinquere ma piuttosto ringraziare, alloggiati lontano dalla nostra vista, possibilmente senza pisciare nel giardinetto di sotto. Di fronte all’intolleranza che monta, a cosa serve ribadire i valori dell’accoglienza e della tolleranza, dei diritti umani e del cristianesimo, se poi li si subordina ancora una volta al possedere ‘le carte in regola’, all’avere ‘un valido motivo’, all’essere ‘al di sopra d’ogni sospetto’, all’avere ‘la fedina penale pulita’, all’essere bravi, buoni e possibilmente invisibili.



É ovvio che non possiamo gettare la gente a mare. Però non dobbiamo salvare le ‘povere vittime del terzo mondo’, finiamola di crederci tanto superiori da poter dispensare odio o amore a seconda dell’umore. Dobbiamo salvare noi stessi dal vicolo cieco in cui le dicotomie fittizie dell’ideologia umanitaria ci hanno incastrato, impedendoci di arginare adeguatamente il razzismo incalzante. L’uomo del terzo mondo non è migliore ne peggiore di noi, non è vittima nè carnefice, non ha bisogno di nessuna comprensione, elemosina e tantomeno compassione, vuole solo ascoltare ed essere ascoltato, come noi, esattamente come noi. Seguendo Badiou, è ora di chiudere con la cultura della differenza, dell’altro, del relativismo culturale, e finalmente comprendere la profonda uguaglianza, l’inesistenza della differenza di fronte al valore assoluto dell’Uomo.



Ecco perchè dobbiamo distruggere le frontiere, non per pietismo o calcolo politico, ma perchè esse ci impediscono di comprendere la nostra Potenza ed Immortalità, alimentano la nostra falsa autocommiserazione d’esseri fragili che traspare nel discorso politico e popolare sull’immigrazione, d’ovunque esso venga.



Certo, si dirà che tale proposta manca di qualsiasi realismo politico e che porterebbe al puro caos, che il nostro paese affonderebbe nell’incapacità di accogliere la massa migrante, che le strade si annerirebbero di paura e miseria, ecc. ecc. Tanti bei discorsi che vengono da destra a manca, decorati di bella dialettica e tanta ragionevolezza, e che nella maggiorparte dei casi pretendono di porsi come eticamente giusti. Di falsa etica si tratta però, un’etica ancorata alla ‘necessità’ (l’economia, la sostenibilità, il territorio, la sicurezza), un’etica vigliacca che si autoalimenta e autoavvalora senza sosta, ma che è fallace e destinata a disgregarsi, e la contemporanea rinascita fascistoide non fa che confermarlo.



Dobbiamo guardare con sospetto le proposte politiche che propongono il cambiamento senza cambiamento, lasciando il sistema preesistente intatto, che sperano di contenere la forza progressiva entro i confini della necessità, della sostenibilità e della convenienza.



La sola azione politica accettabile è un’azione puramente radicale ed emancipatoria, una che punti a ‘cambiare’ il sistema, a rivoluzionarne fondamenta e coordinate. Per questo si tratta di azione necessariamente coraggiosa e rischiosa, azione la cui potenzialità radicale nè impedisce una visualizzazione chiara ed un’accettazione razionale all’interno dei confini del sistema presente. Distruggere una volta per tutte la logica di frontiera è un’idea che, dalla prospettiva della nostra realtà attuale, sembra folle, utopica (forse distopica) e comunque non realistica, irrazionale ed irrealizzabile. Questo non deve però scoraggare, dal momento che, per definizione, una proposta veramente radicale ed emancipatoria, cioè puramente politica, non può essere compresa appieno entro il sistema che si prefigge di cambiare. L'idea della rivoluzione francese, dopo secoli e secoli di stabile dominio monarchico, al francese medio del 1788 sarà sembrata nella migliore delle ipotesi una magnifica trama per un romanzo, un’idea che però mancava di tutte le condizioni di fattibilità entro il sistema vigente. Proprio perchè a cambiare tale ‘sistema vigente’ essa mirava, non ad applicare accorgimenti sostenibili alla monarchia cosi da renderla più accettabile, sostenibile, sensibile allo scontento delle masse. No. La rivoluzione francese puntava al cuore del sistema, e per questo fu possibile comprenderla solo al momento della sua eruzione, quando le coordinate del passato crollavano sotto i colpi del cambiamento.



Questa è politica emancipatoria, al di là del bene e del male, e simile impeto necessità un’azione radicale di smantellamento della frontiera come baluardo fisico, sociale, politico e culturale, verso una nuova configurazione dal futuro incerto ma, poichè nascente dalla distruzione delle logiche esistenti, dal potenziale illimitato. L’alternativa è continuare a tentare di svuotare la nave che imbarca l’acqua con un cucchiaino, con urla o sospiri, verso un inevitabile affondamento. 

Tuesday, 5 May 2009

B&B

Nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Marx spiega come, nonostante la missione di Bonaparte consistesse nell’assicurare l’Ordine Borghese e quindi nel perseguire gli interessi della classe media, egli, in quanto leader, doveva al tempo stesso ergersi al di sopra degli interessi particolari, così da non rimanere imprigionato nel ruolo ristretto e pericoloso di rappresentante di una sola classe. In quanto leader egli avrebbe dovuto porsi fuori, al di sopra delle classi. Zizek (Contro i Diritti Umani) suggerisce che il modo in cui ciò potè avvenire consistette, paradossalmente, nel porsi alla guida di una classe particolare, “per la precisione, di quella classe che non è sufficientemente strutturata per agire come un agente unitario che richiede rappresentanza attiva”. Questa classe era la massa di contadini diseredati che vivino in condizioni di vita simili, senza tuttavia “entrare in relazioni articolate l’uno con l’altro. Il loro modo di produzione li isola l’uno dall’altro anzichè riunirli insieme [....] Sono quindi incapaci di far valere i loro interessi nel loro nome, sia attraverso un Parlamento che una Costitutuzione. Non possono rappresentare se stessi; debbono farsi rappresentare. Il loro rappresentante deve in pari tempo apparore loro come il loro padrone, come un’autorità che si impone loro, come un potere governativo illimitato ...” (Marx, ibid.). In questo Zizek trova la chiave paradossale della rappresentanza populistico-bonapartista, che per essere al di sopra di tutte le classi deve rappresentare la classe incapace d’agire come agente collettivo poichè troppo povera e al tempo stesso disgregata (al contrario del proletariato di fine Ottocento).

Il comando di Berlusconi presenta la stessa struttura populistico-bonapartista. Egli si fonda su di una massa di Italiani incapace di unirsi come agente collettivo. Tale non-classe non condivide lo stessa sorte lavorativa, non stiamo certo parlando di contadini diseredati. Anzi, non ha necessariamente affinità in senso materialistico. La comunanza tra questi individui è più sottile e giace al livello culturale della scorrettezza politica. Si tratta della massa dei furbi, insofferenti delle regole, razzisti, intolleranti, nostalgici, egoisti, arrapati, maschilisti, la proverbiale ‘maggioranza silenziosa’, la scorretta italianità media. Tale maggioranza di fatto, però, manca di una sufficiente strutturatezza che le permetta di porsi come agente unitario. Essa è una non-classe trasversale negli interessi, negli usi e nei costumi, accomunata solo da una furberia condivisa, dalla scorrettezza, dall’intolleranza, quindi da un qualcosa di politicamente inaccettabile, impossibile (almeno fino a ieri) da rivendicare pubblicamente. L’incapacità per questa classe di formarsi come agente collettivo comune e far valere esplicitamente i propri interessi si fonda nella palese illiberalità, illegalità, incostituzionalità di quest’ultimi, che sebbene trovino multipli sbocchi nelle mille feritoie della politica italiana, ancora mancavano di qualcuno in grado di rivendicarli totalmente, al punto d'incarnarli.

Berlusconi emerge in quanto rappresentante di fatto di tale non-classe, l’unico che con la sua preponderanza, col suo ‘eccesso osceno’ di potere è in grado di unificarla idealmente e letteralmente, dal momento che– attraverso le sue decisioni politiche, le sue dichiarazioni, il suo comportamento e la sua torbida storia personale – egli è un avallo vivente alle velleità di questa massa, è il megafono che essa aspettava. Meno grezzo ed estremo della beceraggine leghista, egli è vero Bonaparte per la maggioranza scorretta degli Italiani, che trasversalmente lo vota perchè in lui si vede prima di tutto giustificata, realizzata.

Wednesday, 22 April 2009

Legati

Chissà se un giorno gli Italiani si renderanno conto di quanto lo stile di vita che amano sia diverso dall'idea squallida, noiosa e irrazionale che propone la Lega.

Intanto i milanesi non possono mangiare la pizza al taglio per strada e se han voglia di kebab alle 3 (perchè è solo a quell'ora che ti vien vogglia), pazienza, poichè "è nell'interesse dei cittadini" che tale voglia non venga soddisfatta, cosi come nel loro interesse è la proibizione di accompagnare una passeggiata estiva con il consumo di un cono gelato. Quale perentoria dimostrazione di forza, ordine nuovo con cui ristrutturare lo spazio della città e l'etica del cittadino verso nuove pianure (padane) di verde rigore. Si fuma fuori, si mangia dentro, è cosi semplice che non si capisce perchè non ci abbiamo pensato prima.

Il tutto ricorda un filmetto di visione gradevole, guarda caso ambientato a Milano, in cui la costruzione di una cancellata a chiudere un parco era inneggiata violentemente anche dal gruppetto di giovani nullafacenti che di solito lo frequentavano, perchè anche nel film, come nella realtà, bastava inserire uno specchietto per le allodole di altra razza, possibilmente arabo o romeno (nel film i marocchini che spacciano coca, nella realtà gli arabi che vendono kebab) per avere i pecoroni tutti in fila dietro al pifferaio verde. La scena finale mostrava gli stessi giovani che guardavano gli effetti della 'battaglia' che avevano combattuto, una bella cancellata che teneva fuori dal parco tutti, i marocchini e anche loro.