Sunday, 22 April 2012

Cascina Lo Zoccolaio, Barbera d'Alba Suculé, 2005



It is its dark, deep, ink-like colour, with garnet beams, to communicate me that an important wine is jumping out from the bottle tonight, its first visit of the outside, oxidising world in seven years. Last time he breathed the fresh air of the outside was in Barolo, Cascina lo Zoccolaio, where it had been bottled in 2005. From then on, only minute puffs through the cork, a cork for ¾ penetrated by the wine itself, sign of the liquid’s eagerness to escape.

Such a haste needs time to ponder, to breathe. Nonetheless I poured a small glass straight after opening the bottle and the wine seemed already there, pungent, profound, with a deep dark, ripe plum surrounding the nose and a strong note of tobacco providing a line of flight from such a profundity. Two hours later the tobacco has become much softer, letting some leather and vanilla and perhaps balsamic feelings emerge. Simultaneously the dark plum has been complemented by a joyful dark cherry, as if in these few hours of proper breathing the wine has adapted to the atmosphere of the night, stretching itself, and now is in perfect shape, almost jumping out of the glass, absolutely not intimidated by the age.

The mouth is full, plumy, the sweetness balanced by constant acidity, to open a slightly dark chocolaty after taste, only hinted at, throughout a pleasurable persistency of ripe red fruits. The tannins, slightly overwhelming and dusty after opening the bottle, have now become softer, and carpet the palate subtly.
It is a wine ready if there ever was, perfectly mature, certainly with some ageing potential still, although the risk of losing such a frantic freshness  would advise against forgetting it in the cellar for too long. This Suculé engaged in a difficult relation with a blackberry and pig cheek risotto, whose sweets undertones didn’t quite manage to match its vibrancy. It loved much more some Norcia sausages who, just like it, were dark on the outside and lively purple and fresh in the inside.

Overall a seriously good wine experience, for an extremely reasonable price (14£). 

Tuesday, 20 March 2012

Allegrini, La Grola, 2008

A stunning relative of Amarone.





The colour is a dark ruby, impenetrable. The wine needs to breath and breath and breath, much more than I allowed it to. As a result, the nose took ages to develop the wonderful jammy black fruits and plum, together with the oaky notes, a touch of leather, the marvellous hint of dark chocolate and perhaps some cloves too. Overall, nose is (moderate to) intense, fine and complex. It has a powerful, spicy character. In the mouth there is an initial sweetness of dark and jammy red fruits, always supported by a consistent acidity, which doesn't come later but is actually parallel to the fruity notes, following them all along the tasting. At the end the taste make a smooth turn. It is a strange, astonishing effects. The sweet and fresh fruitiness of the beginning slowly fades. There is a moment in which the acidity dominates. Then the tannin steps in, carpeting all the back palate with a soft and elegant astringency, which smoothly mingles with the acidity, producing a succulent after-taste. It is at this point that a bitter, dark chocolaty flavours steps in, reproducing the exact sensation that a bite of proper 80% fondente can produce. The impressive thing is that everything is still there: the freshness of the fruit, though much more subtle, still pops in. Their sweetness too, still lingers in, in dialectic engagement with the chocolaty bitterness. The acidity is always there too, proverbial scaffolding of the whole experience.

This is a wonderful wine, certainly not cheap but reasonably priced (18£), which reproduces some of Amarone’s sensations without however being a mere low-key imitation of the more famous (and pricey) relative, but rather showing its real character, as an original member of the corvina family (80% Corvina and 20% Syrah). The wine can age and age. Cannot even imagine how Allegrini's Amarone could be. 



Thursday, 15 March 2012

Cline Syrah 2005, California

An extremely rich wine, in a very woody style.


The colour is ruby with garnet hints. Nose is extremely intense, almost overwhelming with the spices (coffee, tobacco and vanilla, but also anise, balsamic and laurel) almost aggressive. Then after a while on the glass the fruit comes in, cherry jam and almost-dried plum. There is a complexity which however doesn't lead to finesse (too much spices perhaps, covering the fruits). In the end almost caramel emerging. Overall the nose is extremely interesting if a bit too warm, perhaps anticipating a lack of acidity. Mouth is extremely warm and smooth, almost too soft. Chocolate and berry jam. There is nonetheless a certain freshness which avoid the wine becoming disturbingly jammy. Tannins are very smooth, almost too much, and sapidity is lacking. It is a moderately balanced, moderately fine wine overall, whose main drawbacks are the lack of sapidity and the not impressive length. Still, it has a surprising freshness and the nose, if not completely balanced, is nonetheless very interesting and quite addictive. If I were to give it a vote, I would say 83.

Wednesday, 8 February 2012

Gunderloch Jean Baptiste Riesling Kabinett 2009



Gunderloch Jean Baptiste Riesling Kabinett 2009


Il colore tenue sfuma tra verde e paglierino. L’impatto è intenso, con toni di limone e mineralità, quasi erbaceo, elegante, bilanciato, con un sentore di melone e pesca. In bocca è sorprendente, aggredisce subito, sembra quasi pizzicare la lingua, poi tutto si smussa verso una dolcezza che quasi ricorda un gewurztraminer, dolcezza aromatica, che però è subito prevenuta dal divenire eccessiva, stucchevole, rimane solo qualche istante, il tempo di rilassare il palato dalle asperità iniziali. Poi subito s’impenna un’acidità impressionante, acidità rotonda, ossimoro tenuto insieme da un delicatissimo sapore di mela che poi si muta in retrogusto regalando una una soave persistenza, come di succo di mela.

Un vino di indubbia eleganza, non semplicemente bilanciato ma, direi, calibrato, poichè non si tratta soltanto d’ equilibrio statico da bilancia, piuttosto è equilibrio dinamico, in movimento, che smuove il palato su e giù senza mai portarsi fuori baricentro.

Qualcuno lo definisce monodimensionale, e probabilmente a livello olfattivo lo è. Però non credo che qui ci si proponga altro. Il vino è giovane, ed a questo prezzo (9£, fascia bassa per un riesling tedesco) non cerca improbabili funambolie aromatiche, si concentra piuttosto sull’esperienza gusto-tattile in bocca, e con-vince decisamente.

L’abbinamento preferito è il cibo d’asia orientale. Ho rischiato un pò tentando l’abbinamento centrasiatico, con un pollo al curry, il vino tuttavia si è comportato piuttosto bene, soccombendo solo di poco, mancando corpo e dolcezza per fronteggiare il piatto. Riprovato con una vellutata di cavolo nero molto speziata, l’abbinamento ha retto, e reso, perfettamente. 


Saturday, 4 February 2012

Risotto alle More e Guanciale




Risotto particolare, dato che le more in questione, rigorosamente selvatiche (colte da chi ha pazienza, non certo io, nella ridente Epping Forest, fuori Londra), sono state infuse per qualche mese nel gin, così da realizzare una versione apocrifa di un classico inglese, lo 'sloe gin', liquore che risulta dall'infusione di 'sloe berries' (ovvero bacche di prugnolo selvatico), appunto in gin, rigorosamente made in UK.

Fatto sta che le suddette more, una volta rimosse dal 'blackberry gin' ormai pronto, hanno un sapore gradevole, ma anche l'inevitabile retrogusto amarognolo del gin, oltre a un forte sapore alcolico. La sfida dunque sta nel mantenere la piacevole aromaticità che hanno acquisito, però smorzando l'aggressività alcolica e il bitter aftertaste.




Per risolvere il problema, ho prima di tutto stufato a lungo un paio di cipolle rosse, fino a renderle invisibili. La loro dolcezza servirà a smorzare l'amaro delle more infuse.


Poi ho aggiunto le more, per la maggior parte schiacciate, assieme al riso, alzando la fiamma così da, al tempo stesso, tostare il riso e sfumare l'alcol in esse impregnato. Durante la cottura del risotto (con un brodo vegetale molto leggero) ho scottato a parte il guanciale, tagliato a striscioline fine, fino a renderlo dorato e croccante. L'idea è che il grasso del guanciale smussi le asperità alcoliche delle more, oltre a legarsi, come senza dubbio la carne di maiale sa fare, con la dolcezza del frutto. A metà cottura ho aggiunto al riso un'abbondante manciata di rosmarino, ho poi mantecatocon un poco di granaglona, ed infine aggiunto il guanciale. A parte ho anche preparato una crema di latte e peretta sarda da aggijngere nel piatto, così da ammorbidire, esaltare e mescolare i sapori, oltre che ad ottenere un effetto estetico gradevole. .








L'abbinamento d'obbligo è un buon rosso corposo, tipo un cannonau o un syrah, magari uno che sappia sprigionare aromi di frutta nera, prugna e more soprattutto, così' da mescolarsi in bocca col risotto fino a diventare indistinguibile...

Wednesday, 1 February 2012

I Crepuscolari


“Ciascuno di noi ha conosciuto quelle creature che Benjamin definisce ‘crepuscolari’ e incompiute, similia i gandharva delle saghe indiane, metà geni celesti e metà demoni. ‘Nessuna ha posto fisso, contorni netti e inconfondibili; nessuna che non sia in atto di salire o di cadere; nessuna che non si scambi col suo nemico o col suo vicino; nessuna che non abbia compiuto la sua età e che non sia profondamente esausta eppure ancora all’inizio di un lungo viaggio’. Più intelligenti e dotati degli altri nostri amici, sempre intenti in immaginazioni e progetti per i quali sembrano avere tutte le qualità, non riescono, però, a finire nulla e restano generalmente senz’opera. Essi incarnano il tipo dell’eterno studente e del gabbamondo, che invecchia male e che, alla fine, dobbiamo, sia pure a malincuore, lasciarci alle spalle. Eppure in loro qualcosa, un gesto inconcluso, una grazia improvvisa, una certa matematica spavalderia nei giudizi e nel gusto, un’aerea scioltezza delle membra e delle parole testiimonia della loro appartenenza a un mondo complementare, allude a una cittadinanza perduta o a un altrove inviolabile. Un aiuto, in questo senso, ce l’hanno dato, anche se non riusciamo a dire quale. Forse consisteva appunto nel loro essere inaiutabili, nel loro ostinato ‘per noi non c’è nulla da fare’; ma, proprio per questo, sappiamo alla fine di averli in qualche modo traditi”

Giorgio Agamben, Profanazioni, p.31-2

Monday, 30 January 2012

Risotto con Verza e Speck


Risotto con Cavolo Verza, Patate, Speck (croccato a parte e sfumato con vino rosé) e Pomodori (sbollentati, pelati e taglati a dadini), spruzzato d'olio evo Rigalese e formaggio granaglona. Accompagnato (bene) a un Mazets de Saint Victor

Saturday, 28 January 2012

Mazets de Saint Victor, Cotes du Rhone Villages Laudun, 2007 (Foncalieu)

Colore rubino intenso, scuro, buona consistenza. Al naso emergono subito le spezie (cuoio, pepe), poi la frutta (amarena e prugna). Alla bocca risulta decisamente tannico, acido e fresco, caldo, vellutato, persistente, meno bilanciato di quanto ci si potesse aspettare.

Classici accostamenti di rito per un Cothes du Rhone Village sarebbero carni rosse e formaggi stagionati, ma questo Laudun risulta molto più fresco e acido di quanto ci si possa aspettare, e dunque dà il meglio con formaggi a media stagionatura e piatti di carne non eccessivamente sofisticati. L'ho provato con delle uova al prosciutto e l'accostamento è stato alquanto soddisfacente.

Il palato delude un pò, non riuscendo a mantenere i livelli dell'ottimo naso. L'alcol inizialmente risulta lievemente aggressivo e, anche se il vino tende decisamente ad aprirsi col passare dei minuti, tale tenue ma sgradevole 'violenza' alcolica rimane. L'acidità, in questi vini robusti e a volte ben troppo stucchevoli, è spesso un pregio, In tal caso però si va oltre. La freschezza è infatti eccessiva, finisce per sbilanciare il vino, compromettendo nel palato il soffice manto che i tannini (di ottima qualità) avevano costruito. Né perde senza dubbio il restrogusto che lascia una persistenza sbilanciata e non convince decisivamente (non si ha troppa fretta di riempire di nuovo il bicchiere). Probabilmente un vino leggermente fuori tempo, il cui equilibrio comincia proprio ora a disgregarsi, e che va consumato assolutamente entro l'anno. Detto questo, resta comunque un vino di buona qualità, che tenderà però inevitabilmente a lasciare insoddisfatti, vista l'incapacità, al palato, di mantenere le promesse dell'olfatto.

pubblicato su Le Strade del Vino

Vellutata di Zucca con Crostini di Mozzarella e Prosciutto


Looking for the right Ham, Mozzarella, Bread and Pumpkin combination

Monday, 23 January 2012

Vellutata di Cavolo Nero e Patate con grano e riso integrale





Black Kale and Potato velluté, served with brown rice and wheat grain, matched (quite well indeed) to a Domaine de Cabanes, Rosé de Provence, 2009.

Sunday, 11 December 2011

Me with Arbus in Paris




I recently mumbled through the rooms at Jeu de Paume, queuing to glimpse the pictures, whilst the rain hit the December of Paris outside. As everybody else I was walking and gazing and pondering and moving next. Small monochromatic frames on the wall dictated the rhythm, lines of people slid slowly along the walls, leaving the centre of the room empty . It was Diane Arbus’ hunting trophies we were observing, what her constant quest for difference brought to us.
That is what I love: the differentness, the uniqueness of all things and the importance of life... I see something that seems wonderful; I see the divineness in ordinary things[1]
Diana is the Roman goddess of hunting. Diane is a hunter of instants, collector of singularities, archaeologist of the unseen, chased in New York's dusty streets or existence’s dirty back-stages.
I really believe there are things which nobody would see unless I photographed them.
Diane, the hunting goddess, from dyeus, divine, and dies, day, she who hunts for the divine in the everyday, bringing to the world proof of the empty forest's falling trees, the
proof that something was there and no longer is. Like a stain. And the stillness of them is boggling. You can turn away but when you come back they’ll still be there looking at you[2]
She makes things exist as instants, instances of an impersonality which is no longer controlled by the will and consciousness of the photographer or the photographed, but rather emerges as a gap, at the
point between what you want people to know about you and what you can’t help people knowing about you.
The difference from which this ‘gap’ emerges, through the repetition of the photographic act, is what you sought in the greasy dressing rooms of transvestites, or in the coldly distant images of nudists quietly lying on their sofas, the flaccid flesh blurring with the sofa’s skin, smoking a cigar just like the Mexican dwarf on the bed with hat and moustaches, looking at the camera with the involuntary comicalness of an African dictator. Instants, instances of the irreducible difference of life is what you were after in the dusty streets of New York where adults would look back at you with empty diffidence, in-diffidence, suspended between the atavistic fear of you stealing their soul, and the void which the camera lens was reflecting back to them.


Hopeless, more naked when dressed, the adult self-confidence would disappear in the hesitant defence of a flat mask, or an archaic smile. So were the kids,
who such masks willingly wore, smoking cigarettes, holding grenades, posing as adult couples, pretending to be adult, reproducing a self-confidence which - now fully true because explicitly false - did not let adulthood tragic opacity emerge, and yet unable to conceal youth's pulsating vibrancy.

Woman with veil on fifth avenue, New York, 1968
And what about those heavily made-up old women, them too pretending to be adult, shifting confident posing for the thickness of mascara, lipsticks so purple it can be seen through the monochrome, the artificial smoothness of the chalked skin at the service of aesthetic spontaneity, oxymoronic practices ineluctably uncovered in their home shots,  when their painted flesh is caught resting heavily in private armchairs, abandoned into them with that ancestral tiredness which only to old people belongs. So similar they are to those transvestites applying blusher on their cheeks in badly lit dressing rooms, or to the circus-performer showing his multiple needles piercing his skin, same exhaustion in the gaze, same no-longer concealed awareness that the masks are gone, showing nonetheless that behind a mask is only a new mask, that it is a relentless changing of masks what we are, that what we can ever open to is our own concealment:
A photograph is a secret about a secret. The more it tells you the less you know.
A Jewish Giant at home with his parents, Bronx, 1970

Badly lit are also the interiors of those Russian dwarfs, whose sad dignity while cooking potatoes resonates in the gallery, or the living room where the giant is barely able to stand, whilst his mother looks at him in routinary amazement, or the faces of the American patriots standing for they no longer remember what. If you were looking through all these border-lines for the possibility to narrate the unseen, to let the difference emerge, this is not what you found. The gaze of the couple going for a Sunday picnic is the same of James Brown resting after a show, the same of the old nudist couple standing in front of you in the tiny bedroom, the same of this transvestite smoking with hair curlers on, the same of Susan Sontag thinking about something on the bed, the same of those twins shining in front of you, the same of yourself, half-naked and pregnant, staring at yourself at the mirror.








Self portrait pregnant NYC, 1945


Amedeo Modigliani, Head



Like an unwitting Modigliani it was an empty, archetypal gaze you managed to uncover, behind which, through which, the impersonal ground of a life can be glimpsed, in its eternal boredom, its infinite purposelessnes. Like an unwitting Mirò your repetitive series gradually dug away any residue of subjectivity, stripping the flesh off the bones of your sub-jects.
Looking for difference you found the incessant, differential repetition of an impersonal Being flashing through the empty orbits of your subjects’ eyes. No difference, then, between all of them and the blind couple gently hugging on the bed – or rather, the difference is that the same subterraneous Being flows freely out of the couples white bulbs, free to roam and pulsate, free from the self-conscious effort of the other subjects faces.
Blind Couple in their Bedroom, Queens, 1971







Then is no chance that the most powerful explosion of this impersonal life is in the series of joyous shots of adults and children affected by Downs' Syndrome playing in the park. Here, hopelessness is gone, the expression is finally liberated from the constraints of the face, the sheer vitality speaks again of the sheer force of the impersonal. No surprise then whether you chose to name those pictures, ‘Untitled’.






Untitled
Their utter impersonality does not allow for a title to be imposed. No room for romanticising here though. No piety either. The sheer vitality of these playful shots is not opposite to the deep, existential boredom to which other shots seem consigned. They are both manifestation of the eternal plenitude of an impersonal Being, a life which in ‘Untitled’ sparks perhaps more vividly, since no longer sought to be tamed, and instead of finding its way only through the uncontrollable crack of the gaze. is now freely actualised in the gestures of the body. 


Perhaps you managed to glimpse 
that terrible line that shuffles all the diagrams ... a line of life ... that carries man beyond terror ... where Life exists par excellence [3] 
This is then what you were looking for, encountering all those freaks (you included). You were looking for ‘masters of their own speed, of their own molecules and singularities’, for aristocrats of Being...
Most people go through their life dreading they'll go through a traumatic experience. Freaks were born with their trauma. They've already passed their test in life. They're aristocrats.
Jorge Luis Borges in Central Park, 1969


[1] November 28, 1939, paper on Plato, senior English seminar, Fieldston School
[2] in response to request for a brief statement about photographs, March 15, 1971
[3] Gilles Deleuze, Foucault, p. 123








Monday, 20 December 2010

(Ir)responsabili dell'Ordine

http://www.youtube.com/watch?v=lsbR5L7OpLg&feature=player_embedded

l'aggressione avvenuta a Roma il 14 Dicembre sta sollevando svariate polemiche, nonchè la solita quantità d'azioni scomposte. Fascista? Infiltrato? Pazzo Sadico? Leggete i blog e i commenti, specialmente quelli del popolo Viola e delle organizzazioni studentesche, e la maggiorparte degli sforzi letterari sono dedicate alle teorie cospiratorie ed agli insulti spiccioli, con tanto di prove inconfutabili come il supposto saluto romano di un 'amico' dell'aggressore e cosi via.

Però, se leggete un po’ di post dell’area ‘attivista’, osservate i video, ascoltate le parole che vengono urlate, ben presto capirete che non di poliziotto infiltrato, nè di fascista (è evidente che il gesto dell’amico è tutto meno che un saluto romano) si tratta.

Il ragazzo faceva parte del ‘servizio d’ordine’ del corteo, per questo cercava di impedire che la camionetta degli sbirri fosse assaltata (un infiltrato non sarebbe così stolto). La vittima gli ha tirato addosso qualcosa, lui non c’ha visto più e (giustamente) innervosito lo ha (ingiustificatamente) aggredito. In effetti, e solo un pregiudiziale complottismo può impedire di comprenderlo, questa interpretazione è confermata da ciò che accade dopo:

Nonostante quella che dalle immagini sembrerebbe un’arbitraria aggressione, nessuno reagisce nei confronti del suddetto aggressore. Credete che, se si fosse trattato di fascisti intenti ad aggredire manifestanti, per di più platealmente ostendando saluti romani, nessuna reazione da parte degli altri manifestanti sarebbe conseguita? Idem per il caso di un infiltrato, non trovate assurdo che nessuno reagisca? Avete notato che a soccorrere la vittima è Francesco Caruso? Pensate che l’ex deputato non avrebbe legalmente e pubblicamente denunciato l’aggressore se di fascista e/o infiltrato si fosse trattato?

La storia è quella di un’operazione di autocontenimento finita male. E’ ironico, tragicamente ironico, poichè mostra come il ruolo di ‘polizia’ comporti una forte propensione a ricorrere all’eccessivo e gratuito uso della forza una volta che si sia posti sotto pressione. Non è la divisa che rende picchiatori. Nè semplicemente la volontà di distruggere, di creare disordine. Piuttosto il tentativo di mantenere l'ordine, e l'esasperazione che segue l'essere aggrediti mentre si ritiene di svolgere un compito necessario.

Insomma, sarà difficile per i ragazzi del ‘servizio d’ordine’ criticare apertamente gli abusi dei poliziotti quando loro stessi, se messi nella simile condizione di dover garantire un ordine - per di più senza l'aggiuntivo handicap di dover portare divise che attirano già da sole astio e violenza - se ne macchiano. In tal senso il loro (degli organizzatori) silenzio fin’ora è bizzarro, irritante. Senza nulla togliere alle responsabilità del 20enne, al tempo stesso abbandonarlo in tal modo alla pubblica gogna come fascista, infiltrato o semplicemente pazzo criminale mi sembra un gesto vigliacco ed ingrato. E’ ora che i responsabili del ‘servizio d’ordine’ della manifestazione se ne assumano, appunto, le responsabilità.

Friday, 10 December 2010

What is Violence?


is violence a gaze,
a charge on the crowd, a maze of keffiyeh, placards and sound?
is violence a moving pack, the frenetic urge of thousands getting stuck, the lonely wisdom of a revolting stomach?
is violence a symmetry of green benches?
is violence the violence done erasing evidences?
is violence a silence?
is violence, coherence?
is violence a stance, gesture, fragrance?
is violence a march, is violence massacre?
is violence red warmth in the bowels, black noise on the square, the white shock of mental congestion, the grey glue of dejection?
is it rejection?
is it procrastination?
is violence being the same everyday, insane on extraordinary day, radical on mayday?
is violence throwing stones, receiving stones, carving stones, the monotonous placing of first stones?
is violence a placard, a vote, a laugh, a shivering in the cold, a spit on the batoons?
is violence common sense?
is violence the police?
is violence a matrix of control?
is violence a meretrice?
is violence helicopters hovering forever, legs taking the street in every crisis, opening a crack in every hard-cover, breaking the law into thousand pieces?
is violence a violation of pure thought, burning the cold in the freezing crowd, a hysterical dance over a Greek pillar, a purposeful sublimation in the smoky cloud?
is violence a fury, and blind, an unwarranted action, a reaction, a painful contraction?
is violence a stasis, a revolutionary hypothesis, the day-to-day mimesis, the once in a while catharsis?
is the murmur that dwells in the air when the air is gone, that resounds in the ear when is chopped off, that shines in the eyes made by punches blind?

rising pressure on shaken helmets,
bloody rivulets on filthy hairs,
non-cancerous proliferation of unsettling joy,
enveloping vapour which makes you smile,
burning wood,
burning wood,
burning wood
that keeps alive the soft tissue in which you fail.


Saturday, 20 November 2010

Lega e Kant


Nella mozione presentata dalla Lega Nord contro i docenti che hanno recentemente manifestato la propria solidarietà agli 'immigrati della gru' di Brescia all'opera è un perverso Kantismo all'opera. Nella sua famosa 'Risposta alla domanda: che cos'è l'illuminismo', Kant proponeva un illimitato uso pubblico della ragione, ed un ristretto uso privato:
il pubblico uso della propria ragione dev'essere libero in ogni tempo, ed esso solo può attuare il rischiaramento tra gli uomini; invece l'uso privato della ragione può assai di frequente subire strette limitazioni senza che il progresso del rischiaramento ne venga particolarmente ostacolato. Intendo per uso pubblico della propria ragione l'uso che uno ne fa, come studioso, davanti all'intero pubblico dei lettori. Chiamo invece uso privato della ragione quello che ad un uomo è lecito farne in un certo ufficio o funzione civile di cui egli è investito. Ora per molte operazioni che attengono all'interesse della comunità è necessario un certo meccanicismo, per cui alcuni membri di essa devono comportarsi In modo puramente passivo onde mediante un'armonia artificiale il governo induca costoro a concorrere ai fini comuni o almeno a non contrastarli. Qui ovviamente non è consentito ragionare ma si deve obbedire. Ma in quanto nello stesso tempo questi membri della macchina governativa considerano se stessi come membri di tutta la comunità e anzi della società cosmopolitica, e si trovano quindi nella qualità di studiosi che con gli scritti si rivolgono a un pubblico nel senso proprio della parola, essi possono certamente ragionare senza ledere con ciò l'attività cui sono adibiti come membri parzialmente passivi. Così sarebbe assai pernicioso che un ufficiale, cui fu dato un ordine dal suo superiore, volesse in servizio pubblicamente ragionare sull'opportunità e utilità di questo ordine: egli deve obbedire. Ma è iniquo impedirgli in qualità di studioso di fare le sue osservazioni sugli errori commessi nelle operazioni di guerra e di sottoporle al giudizio del suo pubblico. Il cittadino non può rifiutarsi di pagare i tributi che gli sono imposti; e un biasimo inopportuno di tali imposizioni, quando devono essere da lui eseguite, può anzi venir punito come uno scandalo (poiché potrebbe indurre a disubbidienze generali). Tuttavia costui non agisce contro il dovere di cittadino se, come studioso, manifesta apertamente il suo pensiero sulla sconvenienza o anche sull'ingiustizia di queste imposizioni.
Consapevolmente o no (propendo per la seconda ipotesi) , Marelli e i suoi compari è a questo Kant che si riferiscono quando sostengono che i docenti che si sarebbero
dichiarati a favore degli occupanti della gru, strumentalizzando politicamente gli eventi e prendendo delle posizioni pubbliche inaccettabili, su una vicenda che non riguarda il sistema scolastico o il loro ruolo didattico
La logica è che, dal momento che
Professori e ricercatori - spiega ancora Marelli - sono pagati con i soldi dello Stato e sono quindi dipendenti della collettivita'
è inammissibile che osino criticare il loro 'datore di lavoro', cioè, lo Stato. Nel crescendo finale, Marelli, primo firmatario della mozione della Lega contro i docenti, conclude che
Se queste persone vogliono dedicare le loro energie alla diffusione di idee antistoriche lo possono fare rinunciando ai loro privilegi di baroni; nessuno gli vieta di fare politica in modo attivo, a patto che questo non avvenga a spese dei bresciani e soprattutto degli studenti che pagano le rette".
Un Kantismo perverso appunto, mescolato ad una bassa logica aziendale che depreca la critica nei confronti del Padrone (lo Stato) in quanto ingrata, per di più se perpetrata da Baroni (per la Lega il termine Baroni ha un'accezione più ampia del suo significato corrente: è semplicemente un sinonimo per docente, professore). Kant stesso, però, concedeva una libertà di critica, a patto che essa non entrasse in collisione con l'ordine topologico del sistema vigente: a patto che non si esca dalle proprie posizioni assegnate, che non ci si rifiuti di eseguire un ordine in guerra, di pagare le tasse e così via, la liberta di critica è coessenziale al dovere di cittadino. Critica che svolgerebbe il cittadino 'in quanto studioso', intellettuale, volgendosi contro l'ingiustizia con dialogo razionale, non con resistenza e diserzione.

I problemi di questo modello sono stati oggetto di infinite analisi e qui ce le risparmiamo. Senza dubbio appare evidente come esso sia una perfetta formula, seppur ammantata di liberalismo, per il mantenimento dello status quo - se ne può scorgere l'evoluzione nel sistema mediatico italiano, in cui nella sfera pubblica della tv si può dire tutto ed il contrario di tutto, a patto che nella sfera privata del proprio ruolo istituzionale non si faccia nulla. Il problema, nel caso leghista, è acuito, come detto, dall'imposizione di una logica d'azienda al rapporto docenti-Stato. Inoltre, e ancor più grave, se in Kant la critica era permessa 'in qualità di studioso', nell'equazione leghista essa è ammessa a patto che si faccia 'politica in modo attivo'.

E' facile vedere come il presupposto Kantiano prenda una piega più inquietante. Da un modello in cui il cittadino è al tempo stesso libero di criticare in pubblico e prevenuto dal criticare nel 'privato' della sua funzione di dipendente pubblico - ovvero un modello in cui restrizione e possibilità di critica coesistono nello stesso soggetto - si passa ad un modello in cui il dipendente pubblico non ha il diritto di criticare. Per ottenerlo non basta più il farlo al di là del suo ruolo. Egli deve abbandonare tale ruolo e scendere in campo. In effetti, quando Marelli critica ai docenti di essere entrati nel merito di "una vicenda che non riguarda il sistema scolastico o il loro ruolo didattico" si muove esattamente contro l'assunto Kantiano.

La critica in tal modo è ridotta alla politica attiva.La stessa logica accompagna le critiche a Saviano per l'intervento contro la Lega: ecco qua, non è più un giornalista/scrittore 'neutrale', è entrato in politica. Credo si possa annoverare anche questo tra i 'risultati' a cui il ventennio che viviamo ci ha portato. Un mix perverso tra un Kantismo degenerato e uno spruzzo del peggior postmodernismo, nella sua accezione più falsa ed idiota, il relativismo, che di colpo comporta il crollo dei contenuti della critica e il volgere l'attenzione sulle ragioni che hanno spinto il 'criticante', ovvero, quale sia il suo schieramento politico, quali le sue mire di potere.

Ed ovviamente, in tale azzeramento dei contenuti ed enfatizzazione dei doppi fini, sono le dietrologie, i retroscena ed i siparietti a dominare, la logica di quello che Facci, da un'opposta prospettiva, chiama il cretinismo bipolare, in ultimo la ragione implicita del successo e della durata del regime attuale.




Sunday, 31 October 2010

Dell'insostenibile Leggerezza di Santoro



Urla. Urla la puzza che hai intorno, urla l’idiotica connivenza di sindaci, consiglieri, opinionisti, giornalisti, sciacalli, camorristi. Urla il NO senza appelli. Urlalo ai vari milioni di devoti che si autoinfliggono ogni settimana due ore di teatro degli orrori, nella vana speranza che stavolta sarà meglio, che qualche argomento verrà, alfine, trattato, che qualche risposta verrà, alfine, pretesa, anziché contentarsi di porre domande come in un gioco di società postmoderno. È il gran varietà della voce. Ognuno ha spazio, uno spazio gerarchicamente regolato, ovviamente. Il grande rivoluzionario si inginocchia un pò a tutti. Al baffuto fascista della Difesa, al contraffattore di firme della Lombardia, al leghista di turno, agli untuosi segretari del PD, alle affabulazioni auto-referenziali del signore della Puglia, alle metafore sconnesse dell’ex PM, perfino ad una sotto-segretaria così conforme da risultare eccentrica, o meglio, iper-centrica. Tutti parlano. Poi certo, se non si appartene al ceto, allora gli spazi son striminziti. Etichettati come ‘giovani’ e con l’aggiuntiva condanna di essere presentati dalla bionda di turno, le cui domande son degne di un’assemblea di terza liceo, i pochi outsiders hanno un paio di minuti di tempo per esprimersi, possibilmente entro le righe. Per carità, non disturbiamo le giacce, le cravatte e le gambe accavallate del palco di sotto. Altrimenti il conduttore rivoluzionario interviene a redarguire, ad azzittire, 2 minuti diventano 40 secondi, per ritornare ai 20 minuti di masturbazione leghista, o quant’altro. Poi accade che ci si voglia mostrare a contatto col popolo, vicini al sentire comune, e cosi il vuoto rincorrersi delle parole nello studio RAI si accompagna a collegamenti dalle zone di guerra. Fabbriche in sciopero, piazze in subbuglio, paesi isterici sotterrati da rifiuti. Gli inviati son tutti ingenui attivisti della Causa. Tradiscono l’emozione dell’universitario alla prima manifestazione. Hanno 30 secondi per spiegare, 1 minuto per cedere il microfono ai buoni selvaggi, quelli che, anni luce dalle luci dello studio, dai siparietti di Travaglio e il cabaret triste di Vauro, sono immersi nella melma di cui nello studio si parla forbitamente, e parlano. Ed urlano.
Da Terziglio un uomo urla di rabbia. Di puzza. Di orrore. Accusa. È subito azzittito, non si può parlare cosi, non si può accusare un ministro. Ci vuole rispetto. ‘Bertolaso ha una faccia tosta’? Ma non si può dire. ‘Bertolaso se ne deve andare’. E no, e no, dice il conduttore. Riprende il microfono. Un pò più calmo. Poi il tono risale. Eccolo di nuovo ad urlare. Urla. Urla. Urla di discariche piazzate su parchi naturali, di differenziata scoraggiata per profitto, di CIP6 ed altre amenità che hanno sanzionato la crisi permanente dei rifiuti a norma di legge, urla di ecoballe e di rifiuti tossici. Certo, non argomenta il tutto con razionalismo dialogico Habermasiano. In diretta per opochi secondi. Col paese che ascolta. Deve farsi sentire. Emozione e Rabbia lo sopraffanno. No. Emozione e Rabbia sono lui. Emozione e Rabbia valgono più di tutti i castelli di carta verbali costruiti in decine di anni zero. Però non va bene. No. Dobbiamo comportarci bene. Dobbiamo restare entro le righe. Dialogo pacato. Ecco. Sennò dallo studio come si fa ad interloquire? Sennò come fa il capo della protezione civile, si, quello che è ancora, nonostante tutto, il capo della protezione civile, ed ora siede tranquillo nello studio. Come fa a rispondere? E il ministro leghista? Come fa a dialogare? Allora è meglio zittire. Ecco. Rabbia ed Emozione irrompono per un minuto, l’unico minuto politico della serata. Poi Il conduttore rivoluzionario rimette tutto in ordine. E se quello che ha detto venga inteso come una minaccia? Non va bene. Abbassare i toni no? Anche il commissario straordinario – sempre lui, quello della Maddalena, dei mondiali di nuoto, quello delle emergenze nazionali per le feste paesane – fa notare che queste minacce possono fa dubitare della sua incolumità allo spettatore – che ovviamente non capisce, non può capire. Poi si lancia in un breve elogio da brividi ai risultati di Napoli e dell’Aquila. Dalla zona di guerra le urla ora sono molteplici, sovrapposte e furiose. I selvaggi delle periferie che gli intrepidi inviati di Santoro sono andati a scovare non son più buoni. Ora son cattivi. Fuori controllo. C’è rischio che la pacata atmosfera dello studio venga avvelenata. Allora il conduttore rivoluzionario sfodera il solito viscido paternalismo, e riprende il signore alterato – il selvaggio non più buono – come si fa con un bambino a scuola. “È un errore esprimersi con questo linguaggio” e dato che non c’è nulla di minaccioso, nulla di teso, nulla di alternato nei suoi contenuti, perchè non “esprimersi con più tranquillità?”. Già. Basta guardare le gambe accavallate nello studio. Loro si che son tranquilli. Perchè non si può dialogare in modo civile, si chiede il conuduttore rivoluzionario mentre rida la parola al commissario straordinario. Dalla zona di guerra solo un altro breve intervento è concesso, sotto controllo però Non si possono lasciare i selvaggi troppo liberi di parlare. Se non sanno esprimersi come vogliamo noi, con calma e tranquillità, razionalmente e pacatamente, non li vogliamo mica. Son queste le regole della sfera pubblica di Santoro. Il dialogo deve essere Habermasiamente razionale, calmo e civile. Al tempo stesso le idee e le opinioni devono circolare liberamente, postmoderno relativismo, senza rischi di smentite. Queste le regole del gioco. Il signore/selvaggio è uno di quelli che non parla ma diviene Rabbia ed Emozione mentre esprime, lui si, cos’è la ‘spazzatura a Napoli’. Il signore/selvaggio il gioco delle opinioni libere non lo vuole giocare, e quanto sente le cazzate che gli propina il commissario, non sta li calmo e seduto ad argomentare, ma gli urla contro tutta la verità della propria rabbia.
No. Non va bene. C’è troppa politica in questo gesto, e Santoro lo sa bene che per restare dov’è, a fare le sue trasmissioni e a giocare contemporaneamente il ruolo del martire, la politica deve essere detonata. Siamo tutta gente civile e razionale qui nello studio. Il collegamento si chiude. Prego signor Bertolaso, vada avanti.

Wednesday, 13 October 2010

3 Anni nel Silenzio

Verso la fine di una giornata piuttosto grigia ed inconcludente, raffreddata e ventosa, ho riguardato un filmetto indipendente di Tekla Taidelli, 'Fuori Vena', che ricorda diversamente Trainspotting, SLC Punk e Amore Tossico, girato a Milano tra tossici, appunto, punkabbestia, ravers e 'gente perbene'. Niente male. Certo, e' il primo lungometraggio di Tekla, ci son sbavature e banalita' qua e la', pero' c'e' meno buonismo di Trainspotting, meno angoscia di Amore Tossico, piu' freschezza di SLC.

Vabbe'. Finito il film cerco informazioni su Tekla e trovo qualche cortometraggio. Sbokki di Vita, che avevo gia' visto, girato a 23 anni. Poi un corto di cinque minuti preparato due anni fa, 2008, in occasione del 60imo anniversario della dichiarazione dei diritti umani. si intitola La Legge e' Uguale Per Tutti, ed ha come tema, appunto, l'articolo 7: "Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione."

Narra brevemente degli ultimi due giorni di vita di Aldo Bianzino, attraverso due scene. La prima si svolge a casa di Bianzino, di notte, quando col solito tragicomico grande stile la polizia fa incursione e porta via Aldo e la sua compagna, davanti al bambino attonito. Le terribile accusa e' coltivazione di Marijuana. Coltivazione e uso personale. Via in gabbia. Questa e' la legge Bossi-Giovanardi. La seconda scena ha come protagonista la moglie, in caserma, sul punto d'esser rilasciata, che alla insistente, comprensibile domanda "quando vedro' Aldo" ottiene la seguente risposta "Martedi', dopo l'autopsia".

Vabbe'. Online - visto il silenzio assoluto dei mass media - ci si puo' fare un'idea degli accaduti. Delle incongruenze tra le autopsie. Della palese malafede delle forze dell'ordine. Della cella non sigillata dopo l'accaduto. Della definizione di morte per 'cause naturali' quando il corpo presenta costole rotte, orecchio tumefatto, distaccamento del fegato ed e' stato rinvenuto privo di indumenti, salvo una maglietta. Dell'omissione di soccorso di fronte alle grida di Bianzino durante la notte dopo il pestaggio.

Ora, ogni volta che mi ri-imbatto sulla storia di Aldo Bianzino sono attraversato da un pulviscolo di rabbie di vario grado, dalla rabbia rassegnata verso i media silenziosi - a parte il grandioso titolo di un giornale umbro la mattina in cui verra' poi trovato morto Bianzino “Brillante operazione di polizia, maxi piantagione di cannabis, arrestata coppia tifernate” (radicali.it) - a quella bruciante verso Fini, Giovanardi e tutti gli altri vigliacchi che si sono cimentati in leggi repressive ed illogiche sulla droga cavalcando l'ignoranza, a quella violenta verso gli sbirri picchiatori ed impuniti, a quella allibita nei confronti della decisione di far tenere le indagini sulla morte misteriosa di Bianzino allo stesso magistrato che ne aveva voluto l'arresto, a quella sconsolata nei confronti della malattia che, poco tempo fa, ha portato via anche la moglie, lasciando orfano il figlio Rudra, a quella furiosa nei confronti della becera idiozia popolare che con silenzio e menefreghismo ha accettato l'accaduto poiche di 'drogato' alla fine si trattava.

In questo stato di amaro nervosismo di colpo ho avuto l'impulso di controllare la data della morte di Bianzino. Non so bene perche', mera curiosita' probabilmente. Beh, attonito ho constatato che Aldo Bianzino e' morto nella notte tra il 13 e il 14 ottobre 2007. 'Mentre' son qui, a casa, nell'umida notte londinese, attraversato da una rabbia sconsolata, esattamente 3 anni prima, nella notte Umbra, Aldo Bianzino, accusato di coltivare piante e poi fumarle, veniva trascinato in carcere, ed ucciso.

RIP

Wednesday, 6 October 2010

Lisciare il pelo senza strappi

Da sottolineare il discorso di Lerner dal minuto 9.50

In poco meno di due minuti distrugge la logica leghista, nonchè la sciatteria idiotica della sinistra che continua a ragliare sulla necessità di 'ascoltare il territorio' quando il vero punto, fondamentale, dello 'stare sul territorio' non è ascoltarlo, così assecondandone i tic vari ed eventuali, ma quello di ri-territorializzarlo, ri-produrlo, in un processo a spirale in cui il partito modifica e viene modificato dalla comunità in cui finalmente si 'sporca'.

Infine, e non meno importante, la lezione di Lerner si applica devastantemente alla logica Berlusconiana del 'decisionismo', strombazzata come la vera novità della politica the PDL rispetto all'eterno tentennare della sinistra. Berlusconi non è mai stato decisionista, come la sua dipendenza assoluta al sondaggismo compulsivo dimostra. Lui ha sempre cercato di piacere e quindi, nelle parole di Lerner, di lisciare il pelo al suo elettorato. La versione 'decisionista' non corrispondeva ad una lungimiranza politica pronta a farsi carico di critiche e polemiche nel nome di una visione 'futura', che andasse oltre il pantano dell'applauso contingente. Al contrario, corrispondeva semplicemente al 'dar voce' agli istinti da sottobosco così tipici dell'Italiano medio, istinti che portano ad alzare la voce e menar le mani - quello che il Governo ha fatto finora, e certo non solo figurativamente viste la molteplici occasioni in cui son volati manganelli.

Ora, tutti possono facilmente intuire che alzare la voce e menar le mani non corrisponde a quel decisionismo, giusto o sbagliato che sia, che una certa politologia di destra giustamente un tempo rivendicava.

Inoltre, ciò che succede oggi è che, spaventato per crisi interne e perdite di voti a favore della lega, il decisionismo non è più nemmeno scimmiottato. Cattaneo, l'altroieri all'Infedele, sembrava un apprendista equilibrista, oscillando pericolosamente tra logiche leghiste - ma incapace di perseguirle spavaldamente fino in fondo, come appunto fanno i leghisti - e logiche pseudo-decisioniste, che però, messo alle strette, negava clamorosamente, quando, nella tentennante (equilibristica) risposta al discorso Lerner, nota che 'il compito del leader è di farlo [indicare la via con lungimiranza etc] senza strappi'.

Senza strappi?

Monday, 27 September 2010

il vento fa il suo giro - Giorgio Diritti (2005)

Il vento, i respiri che si condensano nell’aria frizzante della valle del Monviso, panorami di possibile elezione, di claustrofobica chiusura, come l’aria di chiuso appunto che si respira nelle cene, luce tenue e legnosa, testa sul piatto, poche parole brusche, sicure, taglienti.

Un ‘forestiero’ in questo contesto è come un sasso infangato in uno stagno, smuove ed intorbidisce le acque, ma non è lo smottamento ad esser problematico, in esso vi è l'euforia del nuovo, il paese che accoglie in fiaccolata la famiglia del francese, gentilezza ed altruismo a profusione. Problematico è il riassestamento, ritorno all'equilibrio, l'equilibrio famelico della comunità, dell'integrazione.

Philippe arriva come gettato nella lenta routine montana, corpo estraneo per eccellenza, le capre, la sua moglie pericolosamente attraente, e lui, pensatore più o meno libero, allergico alle totalizzazioni, sospettoso del lato asimmetrico della tolleranza e dell'oppressione degli schemi prestabiliti, convinto assertore della necessità della follia 'ogni tanto', ricercatore di alterità e pace, destinato all'ingenuo fraintendere la vastità delle montagne, delle valli e dei pascoli scoscesi, una vastità spaziale che - errore fatale! - pretenderà essere anche licenza di spaziare, col pensiero e con le capre.

Il villaggio è uno di quelli che muore, lento, di sete e solitudine, di fronte all’immensa poesia delle Alpi, poesia che non riesce più a sopportare. Sommerso dalle nuvole di un passato che sembra remoto, l'epica narrazione dell'evento 'fondativo', la spontanea condivisione di sforzo, rischio e fatica che spinse gli abitanti durante la guerra a trasportare e nascondere il fieno di chiesa in chiesa, da valle a monte, allontanandosi dalla macchia nera tedesca che s'avvicinava. Un 'comunismo' di guerra di cui ormai il ricordo permane in riti e superstizioni vuote, o in coloro che il paese l'hanno abbandonato. Oggi, ad accogliere il francese, è invece un paese dal liberismo 'spaesante', in cui anche il più inutile, trascurato pezzo d'erba è difeso dall’intrusione del forestiero e delle sue capre, poichè la proprietà privata è sacra, anche se di prato dormiente, costone di monte dimenticato, si tratta.

Il francese è sincero ma distratto, tranquillo ma diverso, ed inevitabile l'escalation di sospetti, pettegolezzi, dispetti e tradimenti. La sua pop-filosofia s'imbastardisce a poco a poco assieme alla sua speranza, negli anfratti umidi delle stalle, nelle malelingue contagiose di un paese in via di putrefazione, come la carcassa del maiale che Philippe abbandona in una scarpata, gesto stupido e noncurante che infetta irrimediabilmente la valli, i pascoli, forse il latte delle mucche, sicuramente le coscienze del paese. Putrefazione incontra putrefazione, è come se due essenze si intersecassero nella figura del maiale, il francese come corpo estraneo infetto da dover in qualche modo espellere, il paese come corpo comunitario putrefatto, da dover in qualche modo purificare.

La cinepresa segue gli eventi silenziosa, quasi cine-verità, docu-fiction, attraversa i linguaggi sovrapposti, italiano, francese, e soprattutto la loro sublimazione nell’occitano, sordo e monotono ma con scarti improvvisi, come capra di montagna.

La festa di paese è una scena a sé, con i contorni d’un sabba. I tradimenti avvengono con modalità attese ma al tempo stesso strane, con conseguenze che non sembrano toccare in pieno i protagonisti maschili, specie Philippe, sempre più assuefatto, rassegnato a dover giocare la propria parte, a dover guardarsi imbruttire nelle parole e nei gesti. Intanto le processioni e i funerali di paese si svolgono con la solita, comica e burocratica pomposità. La cinepresa è anch'essa in processione, segue capre e maiali come uomini e bambini, si infila insieme alle macchine sotto le gallerie nella speranza di uscire altrove. In un momento etereo, la macchina da presa lascia gli officianti al funerale e si dirige fuori, lenta, quasi sospesa, come cercar l'aria.

L’aura fa son vir. Il vento fa il suo giro, ti intrappola, ti spezza, e tutto resta uguale, ristabilire l’equilibrio dopo la crisi, solo questo conta infine, espellere il corpo estraneo, mantere l'equilibrio della putrefazione comunitaria, anche a costo di dover eliminare gli ultimi grumi di vita che la minacciano dall'interno, estrema auto-purificazione per mezzo di sacrificio: e così sarà l'immancabile 'scemo' del villaggio ad impiccarsi perchè soffocato da tanto fetore, mentre la famiglia francese e le sue capre si spostano, forse, ad infestare un nuovo paese, inconsapevoli virus in un mondo di pervasiva xeno-phobia...