Sunday, 22 April 2012
Cascina Lo Zoccolaio, Barbera d'Alba Suculé, 2005
Thursday, 12 April 2012
Tuesday, 20 March 2012
Allegrini, La Grola, 2008
Thursday, 15 March 2012
Cline Syrah 2005, California
Saturday, 11 February 2012
Wednesday, 8 February 2012
Gunderloch Jean Baptiste Riesling Kabinett 2009
Saturday, 4 February 2012
Risotto alle More e Guanciale
Risotto particolare, dato che le more in questione, rigorosamente selvatiche (colte da chi ha pazienza, non certo io, nella ridente Epping Forest, fuori Londra), sono state infuse per qualche mese nel gin, così da realizzare una versione apocrifa di un classico inglese, lo 'sloe gin', liquore che risulta dall'infusione di 'sloe berries' (ovvero bacche di prugnolo selvatico), appunto in gin, rigorosamente made in UK.
Fatto sta che le suddette more, una volta rimosse dal 'blackberry gin' ormai pronto, hanno un sapore gradevole, ma anche l'inevitabile retrogusto amarognolo del gin, oltre a un forte sapore alcolico. La sfida dunque sta nel mantenere la piacevole aromaticità che hanno acquisito, però smorzando l'aggressività alcolica e il bitter aftertaste.
Per risolvere il problema, ho prima di tutto stufato a lungo un paio di cipolle rosse, fino a renderle invisibili. La loro dolcezza servirà a smorzare l'amaro delle more infuse.
Poi ho aggiunto le more, per la maggior parte schiacciate, assieme al riso, alzando la fiamma così da, al tempo stesso, tostare il riso e sfumare l'alcol in esse impregnato. Durante la cottura del risotto (con un brodo vegetale molto leggero) ho scottato a parte il guanciale, tagliato a striscioline fine, fino a renderlo dorato e croccante. L'idea è che il grasso del guanciale smussi le asperità alcoliche delle more, oltre a legarsi, come senza dubbio la carne di maiale sa fare, con la dolcezza del frutto. A metà cottura ho aggiunto al riso un'abbondante manciata di rosmarino, ho poi mantecatocon un poco di granaglona, ed infine aggiunto il guanciale. A parte ho anche preparato una crema di latte e peretta sarda da aggijngere nel piatto, così da ammorbidire, esaltare e mescolare i sapori, oltre che ad ottenere un effetto estetico gradevole. .
L'abbinamento d'obbligo è un buon rosso corposo, tipo un cannonau o un syrah, magari uno che sappia sprigionare aromi di frutta nera, prugna e more soprattutto, così' da mescolarsi in bocca col risotto fino a diventare indistinguibile...
Wednesday, 1 February 2012
I Crepuscolari
Monday, 30 January 2012
Risotto con Verza e Speck
Risotto con Cavolo Verza, Patate, Speck (croccato a parte e sfumato con vino rosé) e Pomodori (sbollentati, pelati e taglati a dadini), spruzzato d'olio evo Rigalese e formaggio granaglona. Accompagnato (bene) a un Mazets de Saint Victor
Saturday, 28 January 2012
Mazets de Saint Victor, Cotes du Rhone Villages Laudun, 2007 (Foncalieu)
Classici accostamenti di rito per un Cothes du Rhone Village sarebbero carni rosse e formaggi stagionati, ma questo Laudun risulta molto più fresco e acido di quanto ci si possa aspettare, e dunque dà il meglio con formaggi a media stagionatura e piatti di carne non eccessivamente sofisticati. L'ho provato con delle uova al prosciutto e l'accostamento è stato alquanto soddisfacente.
Il palato delude un pò, non riuscendo a mantenere i livelli dell'ottimo naso. L'alcol inizialmente risulta lievemente aggressivo e, anche se il vino tende decisamente ad aprirsi col passare dei minuti, tale tenue ma sgradevole 'violenza' alcolica rimane. L'acidità, in questi vini robusti e a volte ben troppo stucchevoli, è spesso un pregio, In tal caso però si va oltre. La freschezza è infatti eccessiva, finisce per sbilanciare il vino, compromettendo nel palato il soffice manto che i tannini (di ottima qualità) avevano costruito. Né perde senza dubbio il restrogusto che lascia una persistenza sbilanciata e non convince decisivamente (non si ha troppa fretta di riempire di nuovo il bicchiere). Probabilmente un vino leggermente fuori tempo, il cui equilibrio comincia proprio ora a disgregarsi, e che va consumato assolutamente entro l'anno. Detto questo, resta comunque un vino di buona qualità, che tenderà però inevitabilmente a lasciare insoddisfatti, vista l'incapacità, al palato, di mantenere le promesse dell'olfatto.
pubblicato su Le Strade del Vino
Vellutata di Zucca con Crostini di Mozzarella e Prosciutto
Monday, 23 January 2012
Vellutata di Cavolo Nero e Patate con grano e riso integrale
Black Kale and Potato velluté, served with brown rice and wheat grain, matched (quite well indeed) to a Domaine de Cabanes, Rosé de Provence, 2009.
Sunday, 11 December 2011
Me with Arbus in Paris
That is what I love: the differentness, the uniqueness of all things and the importance of life... I see something that seems wonderful; I see the divineness in ordinary things[1]
I really believe there are things which nobody would see unless I photographed them.
proof that something was there and no longer is. Like a stain. And the stillness of them is boggling. You can turn away but when you come back they’ll still be there looking at you[2]
point between what you want people to know about you and what you can’t help people knowing about you.
The difference from which this ‘gap’ emerges, through the repetition of the photographic act, is what you sought in the greasy dressing rooms of transvestites, or in the coldly distant images of nudists quietly lying on their sofas, the flaccid flesh blurring with the sofa’s skin, smoking a cigar just like the Mexican dwarf on the bed with hat and moustaches, looking at the camera with the involuntary comicalness of an African dictator. Instants, instances of the irreducible difference of life is what you were after in the dusty streets of New York where adults would look back at you with empty diffidence, in-diffidence, suspended between the atavistic fear of you stealing their soul, and the void which the camera lens was reflecting back to them.who such masks willingly wore, smoking cigarettes, holding grenades, posing as adult couples, pretending to be adult, reproducing a self-confidence which - now fully true because explicitly false - did not let adulthood tragic opacity emerge, and yet unable to conceal youth's pulsating vibrancy.
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| Woman with veil on fifth avenue, New York, 1968 |
A photograph is a secret about a secret. The more it tells you the less you know.
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| A Jewish Giant at home with his parents, Bronx, 1970 |
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| Self portrait pregnant NYC, 1945 |
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| Amedeo Modigliani, Head |
Like an unwitting Modigliani it was an empty, archetypal gaze you managed to uncover, behind which, through which, the impersonal ground of a life can be glimpsed, in its eternal boredom, its infinite purposelessnes. Like an unwitting Mirò your repetitive series gradually dug away any residue of subjectivity, stripping the flesh off the bones of your sub-jects.
Looking for difference you found the incessant, differential repetition of an impersonal Being flashing through the empty orbits of your subjects’ eyes. No difference, then, between all of them and the blind couple gently hugging on the bed – or rather, the difference is that the same subterraneous Being flows freely out of the couples white bulbs, free to roam and pulsate, free from the self-conscious effort of the other subjects faces.
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| Blind Couple in their Bedroom, Queens, 1971 |
Then is no chance that the most powerful explosion of this impersonal life is in the series of joyous shots of adults and children affected by Downs' Syndrome playing in the park. Here, hopelessness is gone, the expression is finally liberated from the constraints of the face, the sheer vitality speaks again of the sheer force of the impersonal. No surprise then whether you chose to name those pictures, ‘Untitled’.
| Untitled |
Perhaps you managed to glimpse
that terrible line that shuffles all the diagrams ... a line of life ... that carries man beyond terror ... where Life exists par excellence [3]This is then what you were looking for, encountering all those freaks (you included). You were looking for ‘masters of their own speed, of their own molecules and singularities’, for aristocrats of Being...
Most people go through their life dreading they'll go through a traumatic experience. Freaks were born with their trauma. They've already passed their test in life. They're aristocrats.
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| Jorge Luis Borges in Central Park, 1969 |
Monday, 20 December 2010
(Ir)responsabili dell'Ordine
http://www.youtube.com/watch?v=lsbR5L7OpLg&feature=player_embedded
l'aggressione avvenuta a Roma il 14 Dicembre sta sollevando svariate polemiche, nonchè la solita quantità d'azioni scomposte. Fascista? Infiltrato? Pazzo Sadico? Leggete i blog e i commenti, specialmente quelli del popolo Viola e delle organizzazioni studentesche, e la maggiorparte degli sforzi letterari sono dedicate alle teorie cospiratorie ed agli insulti spiccioli, con tanto di prove inconfutabili come il supposto saluto romano di un 'amico' dell'aggressore e cosi via.
Però, se leggete un po’ di post dell’area ‘attivista’, osservate i video, ascoltate le parole che vengono urlate, ben presto capirete che non di poliziotto infiltrato, nè di fascista (è evidente che il gesto dell’amico è tutto meno che un saluto romano) si tratta.
Il ragazzo faceva parte del ‘servizio d’ordine’ del corteo, per questo cercava di impedire che la camionetta degli sbirri fosse assaltata (un infiltrato non sarebbe così stolto). La vittima gli ha tirato addosso qualcosa, lui non c’ha visto più e (giustamente) innervosito lo ha (ingiustificatamente) aggredito. In effetti, e solo un pregiudiziale complottismo può impedire di comprenderlo, questa interpretazione è confermata da ciò che accade dopo:
Nonostante quella che dalle immagini sembrerebbe un’arbitraria aggressione, nessuno reagisce nei confronti del suddetto aggressore. Credete che, se si fosse trattato di fascisti intenti ad aggredire manifestanti, per di più platealmente ostendando saluti romani, nessuna reazione da parte degli altri manifestanti sarebbe conseguita? Idem per il caso di un infiltrato, non trovate assurdo che nessuno reagisca? Avete notato che a soccorrere la vittima è Francesco Caruso? Pensate che l’ex deputato non avrebbe legalmente e pubblicamente denunciato l’aggressore se di fascista e/o infiltrato si fosse trattato?
La storia è quella di un’operazione di autocontenimento finita male. E’ ironico, tragicamente ironico, poichè mostra come il ruolo di ‘polizia’ comporti una forte propensione a ricorrere all’eccessivo e gratuito uso della forza una volta che si sia posti sotto pressione. Non è la divisa che rende picchiatori. Nè semplicemente la volontà di distruggere, di creare disordine. Piuttosto il tentativo di mantenere l'ordine, e l'esasperazione che segue l'essere aggrediti mentre si ritiene di svolgere un compito necessario.
Insomma, sarà difficile per i ragazzi del ‘servizio d’ordine’ criticare apertamente gli abusi dei poliziotti quando loro stessi, se messi nella simile condizione di dover garantire un ordine - per di più senza l'aggiuntivo handicap di dover portare divise che attirano già da sole astio e violenza - se ne macchiano. In tal senso il loro (degli organizzatori) silenzio fin’ora è bizzarro, irritante. Senza nulla togliere alle responsabilità del 20enne, al tempo stesso abbandonarlo in tal modo alla pubblica gogna come fascista, infiltrato o semplicemente pazzo criminale mi sembra un gesto vigliacco ed ingrato. E’ ora che i responsabili del ‘servizio d’ordine’ della manifestazione se ne assumano, appunto, le responsabilità.
Friday, 10 December 2010
What is Violence?
Saturday, 20 November 2010
Lega e Kant
il pubblico uso della propria ragione dev'essere libero in ogni tempo, ed esso solo può attuare il rischiaramento tra gli uomini; invece l'uso privato della ragione può assai di frequente subire strette limitazioni senza che il progresso del rischiaramento ne venga particolarmente ostacolato. Intendo per uso pubblico della propria ragione l'uso che uno ne fa, come studioso, davanti all'intero pubblico dei lettori. Chiamo invece uso privato della ragione quello che ad un uomo è lecito farne in un certo ufficio o funzione civile di cui egli è investito. Ora per molte operazioni che attengono all'interesse della comunità è necessario un certo meccanicismo, per cui alcuni membri di essa devono comportarsi In modo puramente passivo onde mediante un'armonia artificiale il governo induca costoro a concorrere ai fini comuni o almeno a non contrastarli. Qui ovviamente non è consentito ragionare ma si deve obbedire. Ma in quanto nello stesso tempo questi membri della macchina governativa considerano se stessi come membri di tutta la comunità e anzi della società cosmopolitica, e si trovano quindi nella qualità di studiosi che con gli scritti si rivolgono a un pubblico nel senso proprio della parola, essi possono certamente ragionare senza ledere con ciò l'attività cui sono adibiti come membri parzialmente passivi. Così sarebbe assai pernicioso che un ufficiale, cui fu dato un ordine dal suo superiore, volesse in servizio pubblicamente ragionare sull'opportunità e utilità di questo ordine: egli deve obbedire. Ma è iniquo impedirgli in qualità di studioso di fare le sue osservazioni sugli errori commessi nelle operazioni di guerra e di sottoporle al giudizio del suo pubblico. Il cittadino non può rifiutarsi di pagare i tributi che gli sono imposti; e un biasimo inopportuno di tali imposizioni, quando devono essere da lui eseguite, può anzi venir punito come uno scandalo (poiché potrebbe indurre a disubbidienze generali). Tuttavia costui non agisce contro il dovere di cittadino se, come studioso, manifesta apertamente il suo pensiero sulla sconvenienza o anche sull'ingiustizia di queste imposizioni.
dichiarati a favore degli occupanti della gru, strumentalizzando politicamente gli eventi e prendendo delle posizioni pubbliche inaccettabili, su una vicenda che non riguarda il sistema scolastico o il loro ruolo didatticoLa logica è che, dal momento che
Professori e ricercatori - spiega ancora Marelli - sono pagati con i soldi dello Stato e sono quindi dipendenti della collettivita'è inammissibile che osino criticare il loro 'datore di lavoro', cioè, lo Stato. Nel crescendo finale, Marelli, primo firmatario della mozione della Lega contro i docenti, conclude che
Se queste persone vogliono dedicare le loro energie alla diffusione di idee antistoriche lo possono fare rinunciando ai loro privilegi di baroni; nessuno gli vieta di fare politica in modo attivo, a patto che questo non avvenga a spese dei bresciani e soprattutto degli studenti che pagano le rette".
Sunday, 31 October 2010
Dell'insostenibile Leggerezza di Santoro
Wednesday, 13 October 2010
3 Anni nel Silenzio
Vabbe'. Finito il film cerco informazioni su Tekla e trovo qualche cortometraggio. Sbokki di Vita, che avevo gia' visto, girato a 23 anni. Poi un corto di cinque minuti preparato due anni fa, 2008, in occasione del 60imo anniversario della dichiarazione dei diritti umani. si intitola La Legge e' Uguale Per Tutti, ed ha come tema, appunto, l'articolo 7: "Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione."
Narra brevemente degli ultimi due giorni di vita di Aldo Bianzino, attraverso due scene. La prima si svolge a casa di Bianzino, di notte, quando col solito tragicomico grande stile la polizia fa incursione e porta via Aldo e la sua compagna, davanti al bambino attonito. Le terribile accusa e' coltivazione di Marijuana. Coltivazione e uso personale. Via in gabbia. Questa e' la legge Bossi-Giovanardi. La seconda scena ha come protagonista la moglie, in caserma, sul punto d'esser rilasciata, che alla insistente, comprensibile domanda "quando vedro' Aldo" ottiene la seguente risposta "Martedi', dopo l'autopsia".
Vabbe'. Online - visto il silenzio assoluto dei mass media - ci si puo' fare un'idea degli accaduti. Delle incongruenze tra le autopsie. Della palese malafede delle forze dell'ordine. Della cella non sigillata dopo l'accaduto. Della definizione di morte per 'cause naturali' quando il corpo presenta costole rotte, orecchio tumefatto, distaccamento del fegato ed e' stato rinvenuto privo di indumenti, salvo una maglietta. Dell'omissione di soccorso di fronte alle grida di Bianzino durante la notte dopo il pestaggio.
Ora, ogni volta che mi ri-imbatto sulla storia di Aldo Bianzino sono attraversato da un pulviscolo di rabbie di vario grado, dalla rabbia rassegnata verso i media silenziosi - a parte il grandioso titolo di un giornale umbro la mattina in cui verra' poi trovato morto Bianzino “Brillante operazione di polizia, maxi piantagione di cannabis, arrestata coppia tifernate” (radicali.it) - a quella bruciante verso Fini, Giovanardi e tutti gli altri vigliacchi che si sono cimentati in leggi repressive ed illogiche sulla droga cavalcando l'ignoranza, a quella violenta verso gli sbirri picchiatori ed impuniti, a quella allibita nei confronti della decisione di far tenere le indagini sulla morte misteriosa di Bianzino allo stesso magistrato che ne aveva voluto l'arresto, a quella sconsolata nei confronti della malattia che, poco tempo fa, ha portato via anche la moglie, lasciando orfano il figlio Rudra, a quella furiosa nei confronti della becera idiozia popolare che con silenzio e menefreghismo ha accettato l'accaduto poiche di 'drogato' alla fine si trattava.
In questo stato di amaro nervosismo di colpo ho avuto l'impulso di controllare la data della morte di Bianzino. Non so bene perche', mera curiosita' probabilmente. Beh, attonito ho constatato che Aldo Bianzino e' morto nella notte tra il 13 e il 14 ottobre 2007. 'Mentre' son qui, a casa, nell'umida notte londinese, attraversato da una rabbia sconsolata, esattamente 3 anni prima, nella notte Umbra, Aldo Bianzino, accusato di coltivare piante e poi fumarle, veniva trascinato in carcere, ed ucciso.
RIP
Wednesday, 6 October 2010
Lisciare il pelo senza strappi
In poco meno di due minuti distrugge la logica leghista, nonchè la sciatteria idiotica della sinistra che continua a ragliare sulla necessità di 'ascoltare il territorio' quando il vero punto, fondamentale, dello 'stare sul territorio' non è ascoltarlo, così assecondandone i tic vari ed eventuali, ma quello di ri-territorializzarlo, ri-produrlo, in un processo a spirale in cui il partito modifica e viene modificato dalla comunità in cui finalmente si 'sporca'.
Infine, e non meno importante, la lezione di Lerner si applica devastantemente alla logica Berlusconiana del 'decisionismo', strombazzata come la vera novità della politica the PDL rispetto all'eterno tentennare della sinistra. Berlusconi non è mai stato decisionista, come la sua dipendenza assoluta al sondaggismo compulsivo dimostra. Lui ha sempre cercato di piacere e quindi, nelle parole di Lerner, di lisciare il pelo al suo elettorato. La versione 'decisionista' non corrispondeva ad una lungimiranza politica pronta a farsi carico di critiche e polemiche nel nome di una visione 'futura', che andasse oltre il pantano dell'applauso contingente. Al contrario, corrispondeva semplicemente al 'dar voce' agli istinti da sottobosco così tipici dell'Italiano medio, istinti che portano ad alzare la voce e menar le mani - quello che il Governo ha fatto finora, e certo non solo figurativamente viste la molteplici occasioni in cui son volati manganelli.
Ora, tutti possono facilmente intuire che alzare la voce e menar le mani non corrisponde a quel decisionismo, giusto o sbagliato che sia, che una certa politologia di destra giustamente un tempo rivendicava.
Inoltre, ciò che succede oggi è che, spaventato per crisi interne e perdite di voti a favore della lega, il decisionismo non è più nemmeno scimmiottato. Cattaneo, l'altroieri all'Infedele, sembrava un apprendista equilibrista, oscillando pericolosamente tra logiche leghiste - ma incapace di perseguirle spavaldamente fino in fondo, come appunto fanno i leghisti - e logiche pseudo-decisioniste, che però, messo alle strette, negava clamorosamente, quando, nella tentennante (equilibristica) risposta al discorso Lerner, nota che 'il compito del leader è di farlo [indicare la via con lungimiranza etc] senza strappi'.
Senza strappi?
Monday, 27 September 2010
il vento fa il suo giro - Giorgio Diritti (2005)
Un ‘forestiero’ in questo contesto è come un sasso infangato in uno stagno, smuove ed intorbidisce le acque, ma non è lo smottamento ad esser problematico, in esso vi è l'euforia del nuovo, il paese che accoglie in fiaccolata la famiglia del francese, gentilezza ed altruismo a profusione. Problematico è il riassestamento, ritorno all'equilibrio, l'equilibrio famelico della comunità, dell'integrazione.
Philippe arriva come gettato nella lenta routine montana, corpo estraneo per eccellenza, le capre, la sua moglie pericolosamente attraente, e lui, pensatore più o meno libero, allergico alle totalizzazioni, sospettoso del lato asimmetrico della tolleranza e dell'oppressione degli schemi prestabiliti, convinto assertore della necessità della follia 'ogni tanto', ricercatore di alterità e pace, destinato all'ingenuo fraintendere la vastità delle montagne, delle valli e dei pascoli scoscesi, una vastità spaziale che - errore fatale! - pretenderà essere anche licenza di spaziare, col pensiero e con le capre.
Il villaggio è uno di quelli che muore, lento, di sete e solitudine, di fronte all’immensa poesia delle Alpi, poesia che non riesce più a sopportare. Sommerso dalle nuvole di un passato che sembra remoto, l'epica narrazione dell'evento 'fondativo', la spontanea condivisione di sforzo, rischio e fatica che spinse gli abitanti durante la guerra a trasportare e nascondere il fieno di chiesa in chiesa, da valle a monte, allontanandosi dalla macchia nera tedesca che s'avvicinava. Un 'comunismo' di guerra di cui ormai il ricordo permane in riti e superstizioni vuote, o in coloro che il paese l'hanno abbandonato. Oggi, ad accogliere il francese, è invece un paese dal liberismo 'spaesante', in cui anche il più inutile, trascurato pezzo d'erba è difeso dall’intrusione del forestiero e delle sue capre, poichè la proprietà privata è sacra, anche se di prato dormiente, costone di monte dimenticato, si tratta.
Il francese è sincero ma distratto, tranquillo ma diverso, ed inevitabile l'escalation di sospetti, pettegolezzi, dispetti e tradimenti. La sua pop-filosofia s'imbastardisce a poco a poco assieme alla sua speranza, negli anfratti umidi delle stalle, nelle malelingue contagiose di un paese in via di putrefazione, come la carcassa del maiale che Philippe abbandona in una scarpata, gesto stupido e noncurante che infetta irrimediabilmente la valli, i pascoli, forse il latte delle mucche, sicuramente le coscienze del paese. Putrefazione incontra putrefazione, è come se due essenze si intersecassero nella figura del maiale, il francese come corpo estraneo infetto da dover in qualche modo espellere, il paese come corpo comunitario putrefatto, da dover in qualche modo purificare.
La cinepresa segue gli eventi silenziosa, quasi cine-verità, docu-fiction, attraversa i linguaggi sovrapposti, italiano, francese, e soprattutto la loro sublimazione nell’occitano, sordo e monotono ma con scarti improvvisi, come capra di montagna.
La festa di paese è una scena a sé, con i contorni d’un sabba. I tradimenti avvengono con modalità attese ma al tempo stesso strane, con conseguenze che non sembrano toccare in pieno i protagonisti maschili, specie Philippe, sempre più assuefatto, rassegnato a dover giocare la propria parte, a dover guardarsi imbruttire nelle parole e nei gesti. Intanto le processioni e i funerali di paese si svolgono con la solita, comica e burocratica pomposità. La cinepresa è anch'essa in processione, segue capre e maiali come uomini e bambini, si infila insieme alle macchine sotto le gallerie nella speranza di uscire altrove. In un momento etereo, la macchina da presa lascia gli officianti al funerale e si dirige fuori, lenta, quasi sospesa, come cercar l'aria.
L’aura fa son vir. Il vento fa il suo giro, ti intrappola, ti spezza, e tutto resta uguale, ristabilire l’equilibrio dopo la crisi, solo questo conta infine, espellere il corpo estraneo, mantere l'equilibrio della putrefazione comunitaria, anche a costo di dover eliminare gli ultimi grumi di vita che la minacciano dall'interno, estrema auto-purificazione per mezzo di sacrificio: e così sarà l'immancabile 'scemo' del villaggio ad impiccarsi perchè soffocato da tanto fetore, mentre la famiglia francese e le sue capre si spostano, forse, ad infestare un nuovo paese, inconsapevoli virus in un mondo di pervasiva xeno-phobia...











