Monday 14 December 2009

Anno Zero come macchina perfetta del Berlusconismo

L’affermazione non è certo nuova, lo stesso Berlusconi ed i suoi compari sposano a pieno questa tesi. I loro argomenti, però, sono clamorosamente errati. La tiritera che il cosidetto ‘anti-berlusconismo’ sia in verità vantaggioso a Berlusconi è palesemente inadeguata, come i fatti dimostrano. Infatti l’unico periodo degli ultimi 15 anni in cui si è assistiti ad un vero raffreddamento della critica a Berlusconi (il cui appellativo di “antiberlusconicmo’ è un chiaro trick ideologico tramite cui si depoliticizza la critica, caricaturizzandola in semplice odio, antipatia o quant’altro – stesso meccanismo avviene con la definizione “antipolitica”), ovvero durante la sciagurata campagna elettorale Veltroniana, in cui l’ “abbassamento dei toni” è stato cosi assoluto da culminare nel rifiuto addirittura di nominare Berlusconi – ridotto a ‘principale esponente dell’opposizione’ – beh, tale periodo è coinciso con la più grande affermazione di Berlusconi. Insomma, la critica gli dà fastidio eccome, e non è certo che per il fatto d’essere critico Anno Zero fa un favore al Cavaliere. Tuttavia è la struttura stessa del programma ad essere costruita appositamente per favorire la vulgata Arcorea. Questo avviene, prima di tutto, grazie al ritmo volutamente incalzante, rapido e spesso caotico del programma, con elementi continuamente volti ad ad abbassare il livello d’approfondimento, come ad esempio l’ossessivo interrompere l’interlocutore di Santoro, il suo continuo metter fretta, saltare alle conclusioni, impedire insomma d’articolare argomentazioni compiute, specie se si tratta di personaggi non politici – una caratteristica condivisa con i vari Vespa, Floris etc. ma senza dubbio portata all’estremo nel suo caso. Se questo ‘incalzare fastidioso’ è un elemento quantitativo, legato al ritmo televisivo, anche se esasperato, altri elementi qualitativi contribuiscono a superficializzare le tematiche in gioco. Senza dubbio tra questi è la continua ironia sarcastica e vittimista di Santoro. Da una parte, egli gioca continuamente con la questione del proprio martirio bulgaro e dell’eventualità di un prossimo martirio alle porte. Da una parte non sbaglia ad indicare pressioni inusuali che il suo programma riceve. Il problema però non sta nel denunciare rischi e pressioni, piuttosto nel tono quasi sempre ironico, che ha troppo spesso l’effetto di ridurre una discussione importante ad un’amabile conversazione da bar. Santoro si compiace di questa auto-caricatura di ‘eversore’, non rendendosi conto che è esattamente tale potenzialità eversiva che se ne va nel suo consueto vittimismo, che si racchiude poi nell’aporia fondamentale: se è un perseguitato, com’è possibile che abbia una platea nazionale ogni settimana? La spiegazione, a nostro parere, giace esattamente non già nell’essere Anno Zero innocuo, piuttosto nella sua carica depoliticizzante. Infatti, nel suo misto di ironia, sarcasmo, vittimismo e ‘buttarla a ridere’, Santoro manovra abilmente il livello della polemica, sempre attento a raffreddare la portata di questioni potenzialmente spinose – e, si badi bene, spinose non vuol dire questioni da rissa verbale, quelle ovviamente sono abbracciate senza problemi. Per quanto si ritenga eversivo, per quanto abbia uno stile aggressivo, Santoro non va neanche vicino al modo d’incalzare di un Gad Lerner. Mentre quest’ultimo, pacatamente, mette alle strette il solito parlarsi addosso del politico ripetendo o evidenziando domande precise – a cui il politico cerca di sfuggire quasi per definizione – Santoro evita d’incalzare oppure, di fronte alla palese malafede, si limita a rispondere sornionamente con uno sguardo, una battuta, come a dire “so che stai mentendo, lo sappiamo tutti, tuttavia non ti farò fare una brutta figura svergognandoti davanti a tutti”. In pratica Santoro si limita a ‘stuzzicare’ senza mai incalzare il politico, utilizzando l’ironia ed il sarcasmo non come armi dialettiche, ma al contrario come meccanismi di difesa, tramite i quali mettersi in pace la conscienza, evitare la domanda che VA fatta, al tempo stesso placando il personare rimorso per non averla fatta. Meccanismo esattamente opposto a quello del giornalismo anglosassone che proprio sualla domanda insiste, non concedendo facili vie di fuga al politico, ed evitando sdrammatizzazioni che appunto sdevierebbero l’attenzione da un fatto puramente grave: un politico che si rifiuta palesemente di rispondere di fronte ai suoi elettori. Il meccanismo Santoriano si può definire un meccanismo di depoliticizzazione (e quindi sdrammatizzazione), pertanto quintessenzialmente ideologico. Si basa sul traslare la rilevanza politica-sociale-etica di un fatto entro un territorio protetto, quello dell’ironia autommiserativa ad esempio, cosi da depotenziare la potenziale critica. Se queste riflessioni, mancando la referenza diretta ad accadimenti specifici – non ho tempo ne voglia di analizzare sociolinguisticamente Anno Zero – possono sembrare ipotetiche, è possibile indicare almeno quattro esempi in cui tale inscatolamento depoliticizzante di quello che ho definitio come ‘spinoso’ – radicale, puramete politico, polemico, critico etc. – viene materializzato, spazialmente e temporalmente.

- L’anteprima d’Anno Zero è dedicata a dichiarazioni propriamente polemiche di Santoro, che fa il punto della settimana in modo efficacemente serio e diretto. L’anteprima è senza dubbio il momento migliore d’Anno Zero, il momento più radicale e potenzialmente pericoloso per il governo. Esattamente per questo si tratta di anteprima: il polemico, il radicale, il ‘politico’ – nel senso post-strutturalista del termine – è confinato al di fuori del programma stesso, nel tempo (anteprima) e nello spazio, con Santoro in piedi, solo, circondato dall’oscurità, come in uno studio ancora vuoto. Ecco evidente la traslazione del potenziale radicale entro uno spazio sicuro, in quanto breve ed ‘al-di-là’ del programma stesso. Il fatto che per qualche tempo le puntate caricate su internet mancassero proprio dell’anteprima fa, in tal senso, pensare che non si trattasse semplicemente di un errore tecnico

- Travaglio. Il giornalista, di nota vis polemica e una delle ragioni del successo del programma, è trattato in Anno Zero come una specie rara e pericolosa, una sorta di saltimbanco da tener zitto durante la puntata e da far scatenare solo una volta, nell’occasione del suo monologo dove, ancora una volta, esso è precisamente delimitato nel tempo e nello spazio (si alza per il monologo, non resta seduto tra gli altri ospiti, è così eccezionalizzato). In tal senso egli può parlare solo in quanto rinchiuso in questa riserva, in una zona di sicurezza che è il monologo. Il senso di distacco è totale. Travaglio inizia a parlare dopo lo stacco pubblicitario, in un momento prestabilito e non connesso direttamente allo svolgimento del dibattito, senza esser presentato. Ciò che è ancora più sorprendente è che, una volta finito, il monologo stesso è fatto cadere nel nulla. E si badi, non sono i politic a sfuggirne. È lo stesso Santoro, appena Travaglio finisce di parlare, a fare domande o mandare servizi senza riferimento alcuno a ciò è stato appena detto. Addirittura sono spesso i politici, magari criticati direttamente, a riprenderlo con la solita frase “prima di rispondere alla domanda, non posso non commentare ciò che ha detto Travaglio etc.”. Insomma, è come se Travaglio si lasci sfogare, al centro dello schermo, gli si lascia dire tutto quello che vuole, per poi rinchiuderlo in gabbia e tornare alla normalità, senza che ciò che ha detto sia neanche considerato. L’effetto depoliticizzante è totale e si adegua perfettamente alle reazioni dei politici che accusano Travaglio direttamente, piuttosto che sui contenuti, ed in ogni caso ciòavviene SOLAMENTE per loro decisione, senza nessuna pressione di Santoro. In effetti sembra che Santoro voglia far dimenticare Travaglio il più presto possibile (certe volte la cosa è talmente evidente da non poter essere indipendente da qualche pressione aziendale specifica). Nelle rarissime occasioni in cui Travaglio interviene durante il resto della puntata, Santoro è sempre pronto a smorzare la radicalità delle affermazioni del giornalista, spesso, di nuovo, buttandola sull’ironia. Esempio perfetto nell’ultima puntata: Mantovano, sulla difensiva, nega i dati portati da Travaglio: probabilmente son stati pubblicati da Repubblica, dice sarcasticamente; Travaglio, prontamente, fa notare che i primi a pubblicarli erano stati Libero e il Giornale; a quel punto, con Mantovano palesemente incastrato nell’angolo, ecco che arriva Santoro a salvarlo con una battuta, ironizzando sul fatto che Travaglio legga Libero ed il Giornale. Lo studio ride, l’argomento si affloscia, Mantovano non perde la faccia, il dibattito può ricominciare. Il meccanismo, che avviene di continuo, a mio parere ha contribuito ulteriormente a delegittimare Travaglio, ormai presentato sempre come un parolaio di parte, praticamente squalificato dalla categoria dei giornalisti, sistematicamente attaccato dal politico di turno senza che Santoro faccia nulla per difenderlo – e sarebbe tenuto a farlo, quando gli attacchi sono personali e non contenutistici, a prescindere da ciò che Travaglio dice;

- I ragazzi della cosidetta Generazione Zero. Ovviamente fa molto cool invitare i ggggiovani a parlare. Al tempo stesso i ggggiovani possono essere imprevedibili, posso fare troppe domande ad esempio. Ed è per questo che vengono di nuovo intrappolati nello spazio – parlano in piedi dalle tribune - e nel tempo, nel minuto o poco più che gli è concesso. Poi si dissolvono. Perfetto esempio di introduzione ideologica del concetto di interattività entro un talk show politico, ovvero riducendola a semplice cameo: aggiungere un pizzico d’ ‘interattività giovane’ e mescolare...

- Infine, la conclusione con Vauro, il cui intervento finale, a volte in verità divertente, ottiene tuttavia l’effetto di ‘spostare’ ogni aspetto polemico nel più sicuro spazio dell’umorismo vignettistico, anche rischiando di far scivolare le questioni sollevate dalla puntata nella caciara delle risate. Paradossalmente i giudizi più netti, precisi e radicali vengono proprio dalle vignette, tuttavia depurate in quanto tali di ogni valenza politica; (questo è sintomo di una più ampia tendenza di vari programmi in Italia, da quelli politic a quelli sportivi, a mescolarsi nel varietà, perdendo la loro identità ed il loro senso: quando controcampo diventa indistinguibile da una puntata di domenica in, non ha più senso nè per chi guardava il primo, nè per chi guarda la seconda).

Insomma, il meccanismo di traslazione depoliticizzante sembra traspirare da ogni fotogramma di Anno Zero, con l’effetto di depotenziare ogni potenzialità critica ed, in ultimo, pericolosa per il governo. Chiaramente a volte, nonstante ciò, sono i contenuti ad avere una forte valenza critica. Però è il modo in cui vengono incastrati in questo format depoliticizzante a privarli di mordente, renderli innocui. Auto-caricaturandosi e depoliticizzandosi, Anno Zero diventa un contenitore che automaticamente i contenuti e caricaturizza gli attori, dando al governo possibilità di rivendicare libertà di stampa ed opinione – “come fate a parlare di non-libertà di stampa se c’è Anno Zero??”- allo spettatore la simmetrica illusione di libertà, ed offrendo ai politici in genere un comodo bersaglio, nella solita tradizione dell’insultare il dito che indica la Luna, macchiettizzare e screditare il critico evitando accuratamente di rispondere a ciò che sta dicendo.

Tuesday 13 October 2009

Ottimismo Venerabile o, come cambiano i tempi



Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacità, onestà e tendenzialmente disponibili per un'azione poltica pragmatistica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche. Altrimenti il rigetto da parte della pubblica opinione è da ritenere inevitabile.

Wednesday 12 August 2009

Circumventing Censure


Organic Recycling, Hakkari, Kurdistan

So, it happens that good old Assad doesn't like FB and all the Israeli conspirators apparently striving to be your next FB friend. Therefore, FB is obscured in Syria. Nice one.

Anyway, God and the Web have infinite ways and to stop them all is pretty unfeasibile.

Therefore, after 4 days between Euphrates and Syrian desert, I gradually moved from the chador-ed women of Raqqa to the mini-skirts of Lattakia, and tomorrow I'll set for Aleppo.

a la prochaine

P.S. Per gli eventuali italiani interessati alla sorte del sottoscritto, FB e' illegale in siria, quindi non daro' mie notizie per un po' (che culo). Ora sono a Lattakia, la riccione siriana, domani Aleppo...




Saturday 6 June 2009

Tacita Dean's 'Still Life' @ Fondazione Trussardi, Milano

Il medium è il messaggio. Non solo. Il medium è una modo specifico di consumo, esso porta con sè una modalità di fruizione, risultato delle sue caratteristiche tecniche, nonchè del contesto socio-culturale in cui è immerso. La visione di un medium come quello cinematografico (per comodità ci si riferisce, seppur imprecisamente, ad ogni ‘immagine mobile’ proiettata in uno schermo, o un muro) è orientata da un sistema predeterminato di attese, attenzioni, fissazioni, esitazioni, mancanze, predisposizioni, necessariamente diverse da quelle che caratterizzano la visione d’un’immagine fissa, come una fotografia, o un quadro.

Rispetto alla visione statica, quella mobile è di norma orientata alla performanza, all’evento, all’azione. Diversamente dall’immagine fissa, sia essa fotografia o quadro, nell’osservare immagini in movimento il nostro cervello elabora continuamente scenari futuri, costruendo le possibili trame in cui l’immagine mobile potrebbe evolvere. Ne deriva una più o meno inconscia frustrazione quando la telecamera indugia troppo a lungo su di un’inquadratura, quando le immagini non mostrano variazioni di sorta per tempi prolungati, quando il perseverare del presente nega testardamente l’evoluzione verso un qualunque futuro. Nel linguaggio cinematografico popolare si definisce come ‘lento’ un passaggio, o un’opera che causa un numero eccessivo di tali frustrazioni di questo tipo nello spettatore. L’occhio impaziente dell’osservatore contemporaneo, specialmente se proveniente dalle cosidette società post-industriali, è abituato al bombardamento informazionale, cioè a gestire una sovrabbondanza di stimoli, piuttosto che una mancanza degli stessi. Egli è uso alla selezione, o al subire passivo la quotidiana overdose di stimoli multi-sensoriali. Molto meno egli è uso alla ricerca, allo scavo. In tal senso l’atteggiamento dell’uomo di fronte all’immagine mobile può essere legato a quello stato d’animo che Magris descrive nella “vita come mancanza, come deesse, annientata di continuo dalla speranza che la difficile ora presente sia già trascorsa, affinchè sia superata l’influenza, superato l’esame, celebrato il matrimonio o registrato un divirzio, arrivate le ferie, giunto il responso del medico” e, aggiungiamo noi, affinchè muti la presente inquadratura in una nuova, in modo tale da tenere viva l’attenzione, rimandando continuamente il momento della pura contemplazion. Tale uomo trova arduo un certo tipo di cinema d’autore, specie se asiatico, ad esempio, o fatica di fronte ad un’ora di ripresa fissa su un branco di ruminanti stagliati sullo sfondo oceanico.

Proprio l’ultima citazione si riferisce ad uno dei video più straordinari della mostra Still Life di Tacita Dean, esposta alla Fondazione Trussardi di Milano.

Si tratta di filmati lunghi e statici, che si soffermano con perseveranza infinita su lente, appena percettibili variazioni di luce, tempo e movimento. Due pere immerse nell’alcol di due bottiglie per la preparazione dei distillati, i cui colori pastellati si mescolano imprevedibilmente al calare della luce solare. Un gruppo di mucche che si rilassano su una costa in Cornovaglia durante un’eclisse solare. Un lungo piano sequenza da un traghetto durante una traversata della manica. Una ripresa persistente e desoggettivante dell’artista ‘povero’ Mario Merz.

Per apprezzare l’opera di Tacita Dean non bisogna certo avere l’eroica e masochistica ambizione di infliggersi il supplizio di una visione d’estrema fatica nella continua, e continuamente frustrata attesa che qualcosa di significativo accada. Non si tratta di questo, non di una prova di endurance. A ciò tutto si ridurrebbe se non ci si spogliasse da un ‘modo di vedere’ l’immagine mobile che attinge contemporaneamente sia dalla Storia dell’immagine in movimento, sia dalla nostra contemporaneità orientata, come detto, all’evento, alla deesse. Questo ‘modo di vedere’ non è certo l’unico, però tempo, abitudine, esperienza e cultura lo hanno naturalizzato fino a farne una pratica reificata e standardizzata, adottata dall’osservatore a livello inconscio, che rende l’attenzione impaziente verso il possibile ‘qualcosa’ che dovrà accadere, creando insofferenza di fronte alla ‘lentezza’ dell’immagine. In tal modo lo spettatore di un prodotto ‘difficile’ come quello della Dean si divide tra quello che ‘resiste’ eroicamente e quello che esce anzitempo tra sbuffate imprecazioni, alla ricerca di una luce solare non credeva potesse agognare a tal punto.

Fortunatamente lo spettatore ha un’altra, molto meno impegnativa ed immensamente più gratificante possibilità. L’osservatore deve svuotarsi da tale ‘modo di vedere’, ridursi all’ingenua ed infinitamente paziente disponibilità che si ha di fronte all’immagine fotografica. Egli deve quindi depurare completamente l’attenzione dalla deesse – cioè dall’attesa di un qualcosa da cui siamo temporalmente separati – al modo in cui è uso di fronte alla stabilità della fotografia.

Still Life, in tal senso, può essere inteso come un monito al fruire delle immagini come se veramente di quadri si trattasse. Un monito ad arrestare la nostra impazienza, a ‘farci’ osservatori puri di quadri. Quadri mobili da assaporare con la stessa modalità con cui ci poniamo di fronte ad un paesaggio di Patirin, scrutando l’intera superficie visuale, apprezzando la bellezza estetica del corpo chiazzato della mucca che si rabbuia all’oscurarsi del sole, ricercando il particolare nello sguardo di Mario Merz, cogliendo lo sprazzo di luce, il colore, la forma. Abbandonando completamente l’impazienza, l’attesa di un qualcosa che deve accadere. Come di fronte ad un quadro, noi sappiamo che niente dovrà accadere, che il tempo di visione non serve ad elaborare aspettative più o meno inconscie, ma semplicemente a gustare ogni centimetro quadrato di ciò che abbiamo di fronte, alla pura contemplazione estetica.

Una volta cambiata modalità, possiamo letteramente bere dalla fonte visiva che offre l’artista. Il lento superamento, da parte del traghetto, di un barcone rosso che ciondola lentamente sul mare liscio della Manica assume un potere poetico sconvolgente, incolla lo sguardo all’immagine proiettata sul muro, ribalta l’ansia precendente (quella della deesse) nell’opposto desiderio che il filmato mantenga la dovuta lentezza, che ci permetta d’assaporare fino in fondo l’immersione ritmica dello scafo dentro al liquido blu. Allo stesso modo i lentissimi cambi di luce della cornovaglia in eclisse affascinano gli occhi a patto che essi si siano fatti visione, radicalmente, puramente devoti al vedere, al di là di ogni trama o evento, al punto da restare ipnotizzati di fronte a 15 minuti d’immagina fissa su nuvole, sole e vento, perdendosi dentro le forme nembiche in continua, musicale mutazione.

Still life è una mostra di rara fascinazione, una mostra che chiede molto allo spettatore, ne pretende non già attenzione, pazienza e resistenza – questo è compito che più si confà ad un congresso politico – ma piuttosto la disponibilità ad abbandonare la quotidiana praticità dello sguardo performante, a vantaggio d’una visione ingenua di puro estetismo passivo. Se lo spettatore è disposto a tanto, viene ripagato da sinfonie visive di bellezza lirica, destinate a lasciare nella memoria visiva una traccia di piacere ovattato. L’opera della Dean è un antidoto contro l’ansia contemporanea, un'ingiunzione a fermarsi e cogliere la mistica bellezza che le molteplici e luminose mutazioni di natura, esseri viventi ed oggetti offrono quotidianamente allo sguardo dello spettatore, quando esso è disponibile a farsi rapire. 

Monday 18 May 2009

Al di là della Lega e dell'ONU: Per una Politica Radicalmente Emancipatoria sull'Immigrazione

E’ venuto il momento di una decisione politica radicale in grado di risollevare la società dal torpore menefreghista a cui si è lasciata andare, risvegliato solo da rantoli di intolleranza becera o lamentosi sospiri verso una tollerante etica dei diritti umani. É venuto il momento di abbandonare pietismo, qualunquismo e razzismo, e con essi la concezione duale dell’immigrato come criminale da temere o vittima da salvare. Il momento d'una decisione fondata in un concetto puro di Uomo come soggetto politico in grado di scegliere/accettare attivamente il proprio essere-gettato nel mondo, capace di esserci, sovrano del proprio, inevitabile destino. L’Uomo come soggetto immortale, al di là della carne deperibile e del viscido istinto di conservazione, oltre la tirannia della necessità, oltre la schiavitù dell’odio, oltre le lacrime da coccodrillo dell’attivismo a-patto-che.



Tale decisione deve inevitabilmente emergere dal bisogno di rompere con questa palese incomprensione della natura umana, che ci ostiniamo a percepire come limitata dalla morte, frammentata dai confini, ancorata alla cittadinanza, all’onestà o chissa quale altro status ‘necessario’. Un profondo riconoscimento delle potenzialità infinite dell’Uomo porterà a cancellare una volta per tutte l’insostenibile dicotomizzazione tra l’uomo occidentale e l’Altro (sia che poi lo si voglia uccidere, sfamare, gettare in mare, o ‘comprendere nella sua alterità’ come se fossimo allo Zoo).



La decisione a cui mi riferisco è è quella di eliminare completamente le frontiere, la distruzione completa di quel baluardo su cui ha proliferato il noioso e sanguinario nazionalismo, all’interno, ma anche il culturalismo ‘de noattri’, all’esterno, fatto di brevi viaggi eticamente corretti alla ricerca di un’altro pittoresco quanto basta, o di economica tolleranza, sempre che l’altro si integri, sia onesto, lavoratore, possibilmente fatto a nostra immagine e somiglianza, e a distanza.



A livello geopolitico, questo gesto corrisponderebbe ad una collettiva presa di coscienza dal cambiamento, una fondamentale accettazione della mutazione in atto e quindi della necessità di abbandonare tutti gli sterili tentativi che dalla Lega all’ONU s’illudono d’aggirare la Realtà che eccede già da tempo la loro più o meno ipocrita convinzione.



Basta intolleranza, basta tolleranza. Entrambi gli atteggiamenti presuppongono un soggetto attivo che tollera o intollera, ed un soggetto passivo, ricevente della relativa cattiveria, bontà o giusta retribuzione, a seconda del vento.



Smantelliamo una concezione di frontiera marcia, che più la si rafforza più s’impudridisce e che è inevitabilmente macchiata dal peccato originario. Non si tratta semplicemente di accettare l’immigrato poichè gli sconvolgimenti che avvengono nel suo paese derivano da un processo idi crisi nsostenibile in cui lo zampino occidentale è più che marcato fin dal passato coloniale al presente multinazionale. Vero, ma troppo facile. 'Accettare’ impone ancora una volta un noi e loro, un ‘accettante’ e un necessariamente riconoscente ‘accettato’. Basta illudersi, con gli occhi umidi, d’ aprire le porte al trovatello del sud, consci (quale presunzione!) di portare le colpe della sua fuga dalla povertà e/o guerra, paternalistici e benevolenti, col cuore che si riscalda e la coscienza che per un attimo si placa. Troppo facile, più facile ancora del Leghismo impudente che almeno scivola coerente dal terrone all’immigrato per poi probabilmente tornare di nuovo al terrone, perche se razza padana dev’essere, che essa sia.



No, l’unica cosa che dobbiamo accettare è che una realtà è finita, dopo decenni di crolli il modello è definitivamente morto, non solo geopoliticamente ma anche socialmente. La nostra vita com’era non è più sostenibile, nonostante i tentative disperati di sigillarla dall’interno con intollerante calcinculismo o umanitaria benevolenza. Il puzzle si è definitivamente fuso. Stiamo assistendo ad una società che si illude di continuare a buttar l’acqua fuori dallo nave mentre il mare entra inesorabile dagli squarci nello scafo. L’azione, che esso sia leghista o umanitario, di rallentare l’affondamento attraverso respingimenti o ‘adeguati controlli per stabilire chi possa entrare in italia e chi no’ corrisponde all’ennesimo tentative di ri-imporre una dicotomia da sempre fittizia, oggi più che mai accettabile.



Ogni volta che si definisce l’altro come vittima o comunque "destinatario" di qualcosa, diventa necessario distinguere ulteriormente tra chi merita questo qualcosa e chi no, per chi il bastone e chi la carota. Tutto ciò è sbagliato dal principio. Ciò è visualizzare l’altro come necessariamente vulnerabile, una ‘nuda vita’ priva di alcuna soggettività politica, una creatura alla nostra mercè, che noi ci arroghiamo il diritto di definire. Il destroide turpe ed incarognito combacia col sinistroide ispirato da giustizia sociale fai-da-tè ed il cristiano pieno d’amore per per il prossimo, tutti condividono il peccato originale nella convinzione che il paradiso terrestre sia crollato, che l’uomo sia finito, e che rimaniamo noi a portare la croce, o la spada, che differenza non fa. Solo accettando la superiorità dell’Uomo, la sua immortale raison d’etre potremmo dirigersi verso una svolta radicale, emancipando la nostra società dal suo peccato etnocentrico originale, così come dalle sindromi ossessive che la soffocano. Solo una svolta del genere potrebbe essere veramente “umanitaria”, poichè si rifiuterebbe finalmente di valutare gli individui in base alla provenienza, alle azioni, alle carte, distruggerebbe finalmente quello scarto originale tra nascita e nazione che finisce per inchiodare l’ideologia dei diritti umani alla mera difesa delle varie nazionalità. Finirebbe l’ipocrita valutazione dell’immigrato che merità di entrare e quello che non lo merita, di chi va ‘respinto’ e di chi va ‘accolto’, come se ci fosse una, dico una ragione in grado di giustificare il ruolo che ci arroghiamo di grandi selezionatori. Una rivoluzione umanitaria che si illude di perseguire il ‘bene’ all’interno di un sistema ancorato alla ‘necessità’ è destinata a peggiorare la situazione che cerca di migliorare.



C’è bisogno di una fine del comune appellarsi ad un’etica condivisa, e del comune inorridirsi di fronte alle eventuali anti-eticità. I proponenti di un sistema che pretende per individui nati altrove delle ‘condizionalità’ speciali è un sistema destinato a fallire, e i diritti umani non riescono – in quanto ideologia basata sulla dicotomia tra noi e loro, e sulla separazione tra l’uomo e il cittadino (col conferimento dei diritti a quest’ultimo) – a venir fuori da questa impasse. É fin troppo semplice lasciare 50 centesimi all’elemosinante di turno e sentirsi a posto. É troppo semplice pretendere, illuminati da un’altra coscienza umanitaria, che gl’immigrati non debbano delinquere ma piuttosto ringraziare, alloggiati lontano dalla nostra vista, possibilmente senza pisciare nel giardinetto di sotto. Di fronte all’intolleranza che monta, a cosa serve ribadire i valori dell’accoglienza e della tolleranza, dei diritti umani e del cristianesimo, se poi li si subordina ancora una volta al possedere ‘le carte in regola’, all’avere ‘un valido motivo’, all’essere ‘al di sopra d’ogni sospetto’, all’avere ‘la fedina penale pulita’, all’essere bravi, buoni e possibilmente invisibili.



É ovvio che non possiamo gettare la gente a mare. Però non dobbiamo salvare le ‘povere vittime del terzo mondo’, finiamola di crederci tanto superiori da poter dispensare odio o amore a seconda dell’umore. Dobbiamo salvare noi stessi dal vicolo cieco in cui le dicotomie fittizie dell’ideologia umanitaria ci hanno incastrato, impedendoci di arginare adeguatamente il razzismo incalzante. L’uomo del terzo mondo non è migliore ne peggiore di noi, non è vittima nè carnefice, non ha bisogno di nessuna comprensione, elemosina e tantomeno compassione, vuole solo ascoltare ed essere ascoltato, come noi, esattamente come noi. Seguendo Badiou, è ora di chiudere con la cultura della differenza, dell’altro, del relativismo culturale, e finalmente comprendere la profonda uguaglianza, l’inesistenza della differenza di fronte al valore assoluto dell’Uomo.



Ecco perchè dobbiamo distruggere le frontiere, non per pietismo o calcolo politico, ma perchè esse ci impediscono di comprendere la nostra Potenza ed Immortalità, alimentano la nostra falsa autocommiserazione d’esseri fragili che traspare nel discorso politico e popolare sull’immigrazione, d’ovunque esso venga.



Certo, si dirà che tale proposta manca di qualsiasi realismo politico e che porterebbe al puro caos, che il nostro paese affonderebbe nell’incapacità di accogliere la massa migrante, che le strade si annerirebbero di paura e miseria, ecc. ecc. Tanti bei discorsi che vengono da destra a manca, decorati di bella dialettica e tanta ragionevolezza, e che nella maggiorparte dei casi pretendono di porsi come eticamente giusti. Di falsa etica si tratta però, un’etica ancorata alla ‘necessità’ (l’economia, la sostenibilità, il territorio, la sicurezza), un’etica vigliacca che si autoalimenta e autoavvalora senza sosta, ma che è fallace e destinata a disgregarsi, e la contemporanea rinascita fascistoide non fa che confermarlo.



Dobbiamo guardare con sospetto le proposte politiche che propongono il cambiamento senza cambiamento, lasciando il sistema preesistente intatto, che sperano di contenere la forza progressiva entro i confini della necessità, della sostenibilità e della convenienza.



La sola azione politica accettabile è un’azione puramente radicale ed emancipatoria, una che punti a ‘cambiare’ il sistema, a rivoluzionarne fondamenta e coordinate. Per questo si tratta di azione necessariamente coraggiosa e rischiosa, azione la cui potenzialità radicale nè impedisce una visualizzazione chiara ed un’accettazione razionale all’interno dei confini del sistema presente. Distruggere una volta per tutte la logica di frontiera è un’idea che, dalla prospettiva della nostra realtà attuale, sembra folle, utopica (forse distopica) e comunque non realistica, irrazionale ed irrealizzabile. Questo non deve però scoraggare, dal momento che, per definizione, una proposta veramente radicale ed emancipatoria, cioè puramente politica, non può essere compresa appieno entro il sistema che si prefigge di cambiare. L'idea della rivoluzione francese, dopo secoli e secoli di stabile dominio monarchico, al francese medio del 1788 sarà sembrata nella migliore delle ipotesi una magnifica trama per un romanzo, un’idea che però mancava di tutte le condizioni di fattibilità entro il sistema vigente. Proprio perchè a cambiare tale ‘sistema vigente’ essa mirava, non ad applicare accorgimenti sostenibili alla monarchia cosi da renderla più accettabile, sostenibile, sensibile allo scontento delle masse. No. La rivoluzione francese puntava al cuore del sistema, e per questo fu possibile comprenderla solo al momento della sua eruzione, quando le coordinate del passato crollavano sotto i colpi del cambiamento.



Questa è politica emancipatoria, al di là del bene e del male, e simile impeto necessità un’azione radicale di smantellamento della frontiera come baluardo fisico, sociale, politico e culturale, verso una nuova configurazione dal futuro incerto ma, poichè nascente dalla distruzione delle logiche esistenti, dal potenziale illimitato. L’alternativa è continuare a tentare di svuotare la nave che imbarca l’acqua con un cucchiaino, con urla o sospiri, verso un inevitabile affondamento. 

Tuesday 5 May 2009

B&B

Nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Marx spiega come, nonostante la missione di Bonaparte consistesse nell’assicurare l’Ordine Borghese e quindi nel perseguire gli interessi della classe media, egli, in quanto leader, doveva al tempo stesso ergersi al di sopra degli interessi particolari, così da non rimanere imprigionato nel ruolo ristretto e pericoloso di rappresentante di una sola classe. In quanto leader egli avrebbe dovuto porsi fuori, al di sopra delle classi. Zizek (Contro i Diritti Umani) suggerisce che il modo in cui ciò potè avvenire consistette, paradossalmente, nel porsi alla guida di una classe particolare, “per la precisione, di quella classe che non è sufficientemente strutturata per agire come un agente unitario che richiede rappresentanza attiva”. Questa classe era la massa di contadini diseredati che vivino in condizioni di vita simili, senza tuttavia “entrare in relazioni articolate l’uno con l’altro. Il loro modo di produzione li isola l’uno dall’altro anzichè riunirli insieme [....] Sono quindi incapaci di far valere i loro interessi nel loro nome, sia attraverso un Parlamento che una Costitutuzione. Non possono rappresentare se stessi; debbono farsi rappresentare. Il loro rappresentante deve in pari tempo apparore loro come il loro padrone, come un’autorità che si impone loro, come un potere governativo illimitato ...” (Marx, ibid.). In questo Zizek trova la chiave paradossale della rappresentanza populistico-bonapartista, che per essere al di sopra di tutte le classi deve rappresentare la classe incapace d’agire come agente collettivo poichè troppo povera e al tempo stesso disgregata (al contrario del proletariato di fine Ottocento).

Il comando di Berlusconi presenta la stessa struttura populistico-bonapartista. Egli si fonda su di una massa di Italiani incapace di unirsi come agente collettivo. Tale non-classe non condivide lo stessa sorte lavorativa, non stiamo certo parlando di contadini diseredati. Anzi, non ha necessariamente affinità in senso materialistico. La comunanza tra questi individui è più sottile e giace al livello culturale della scorrettezza politica. Si tratta della massa dei furbi, insofferenti delle regole, razzisti, intolleranti, nostalgici, egoisti, arrapati, maschilisti, la proverbiale ‘maggioranza silenziosa’, la scorretta italianità media. Tale maggioranza di fatto, però, manca di una sufficiente strutturatezza che le permetta di porsi come agente unitario. Essa è una non-classe trasversale negli interessi, negli usi e nei costumi, accomunata solo da una furberia condivisa, dalla scorrettezza, dall’intolleranza, quindi da un qualcosa di politicamente inaccettabile, impossibile (almeno fino a ieri) da rivendicare pubblicamente. L’incapacità per questa classe di formarsi come agente collettivo comune e far valere esplicitamente i propri interessi si fonda nella palese illiberalità, illegalità, incostituzionalità di quest’ultimi, che sebbene trovino multipli sbocchi nelle mille feritoie della politica italiana, ancora mancavano di qualcuno in grado di rivendicarli totalmente, al punto d'incarnarli.

Berlusconi emerge in quanto rappresentante di fatto di tale non-classe, l’unico che con la sua preponderanza, col suo ‘eccesso osceno’ di potere è in grado di unificarla idealmente e letteralmente, dal momento che– attraverso le sue decisioni politiche, le sue dichiarazioni, il suo comportamento e la sua torbida storia personale – egli è un avallo vivente alle velleità di questa massa, è il megafono che essa aspettava. Meno grezzo ed estremo della beceraggine leghista, egli è vero Bonaparte per la maggioranza scorretta degli Italiani, che trasversalmente lo vota perchè in lui si vede prima di tutto giustificata, realizzata.

Wednesday 22 April 2009

Legati

Chissà se un giorno gli Italiani si renderanno conto di quanto lo stile di vita che amano sia diverso dall'idea squallida, noiosa e irrazionale che propone la Lega.

Intanto i milanesi non possono mangiare la pizza al taglio per strada e se han voglia di kebab alle 3 (perchè è solo a quell'ora che ti vien vogglia), pazienza, poichè "è nell'interesse dei cittadini" che tale voglia non venga soddisfatta, cosi come nel loro interesse è la proibizione di accompagnare una passeggiata estiva con il consumo di un cono gelato. Quale perentoria dimostrazione di forza, ordine nuovo con cui ristrutturare lo spazio della città e l'etica del cittadino verso nuove pianure (padane) di verde rigore. Si fuma fuori, si mangia dentro, è cosi semplice che non si capisce perchè non ci abbiamo pensato prima.

Il tutto ricorda un filmetto di visione gradevole, guarda caso ambientato a Milano, in cui la costruzione di una cancellata a chiudere un parco era inneggiata violentemente anche dal gruppetto di giovani nullafacenti che di solito lo frequentavano, perchè anche nel film, come nella realtà, bastava inserire uno specchietto per le allodole di altra razza, possibilmente arabo o romeno (nel film i marocchini che spacciano coca, nella realtà gli arabi che vendono kebab) per avere i pecoroni tutti in fila dietro al pifferaio verde. La scena finale mostrava gli stessi giovani che guardavano gli effetti della 'battaglia' che avevano combattuto, una bella cancellata che teneva fuori dal parco tutti, i marocchini e anche loro.

Wednesday 1 April 2009

Indovinello

A chi si riferisce questa descrizione, e dove?
la presenza di bambini che seguono gli adulti per suscitare la pietà dei passanti, le condizioni di sovraffollamento e sporcizia nelle quali gli immigrati vivono, le risse frequenti che scoppiano per motivi anche futili, una condotta che si sospetta immorale.

Monday 30 March 2009

L'insostenibile Leggerezza dell'Idiozia

Allevi @ Union Chapel, 27-03-2009

Allevi:

Un concerto di pianoforte 'solo' inoltre dovrebbe essere svolto con il minimo attrito anche da parte del pianista , riducendo o ancor meglio evitando del tutto la parola, limitando il linguaggio a quello sonoro del pianoforte. 'Entrare' in un concerto di pianoforte richiede un'immersione psico-fisica nel 'mood' pianistico cosi da poter sperimentare molteplici micro-sindromi di Stendhal, far straripare le sinapsi a fior di pelle per godere totalemente dell'esperienza musicale, nel bene e nel male.

Il concerto di Allevi si è svolto all'insegna di un cabarettismo da operetta, con il pianista a presentare simpaticamente ogni canzone prima di performarla, come se di un mero concerto pop si trattasse. Questo ha impedito qualsiasi sforzo di immedesimazione con il tappeto musicale, anzi, lo stesso tappeto è stato constinuamente sfilacciato e stralciato da questo andamento singhiozzante. La musica ne ha sofferto malamente, con il concerto ridotto ad ascoltare più o meno distrattamente di composizioncine di facile, talvolta facilissimo ascolto, senza però l'effetto di rilassata e malinconica quiete che un album di Allevi di solito offre, appunto se consumato con debità continuità ed attenzione. L'interruzione continua con l'applauso, la presentazione del pezzo, la battuta e la risata del pubblico in pratica agiva come mannaia spezzando ogni volta l'immersione nel 'mood' Alleviano, risvegliandoci bruscamente e fastidiosamente, aumentando costantemente nel sottoscritto un nervosismo crescente.

Il Pubblico:

Un concerto di Giovanni Allevi non è un concerto di Vasco, si suppone che un concert per pianoforte 'solo' implichi concentrazione, raccoglimento, battimani soffuso tra una canzone e l'altra, silenzio e riduzione al minimo del disturbo durante la performance, al limite un frastuono d'assenso alla fine del concerto per l'eventuale richiesta di bis.

Di fronte alla mia orrificata sorpresa, il pubblico di maggioranza, se non totalità italiano, si lasciava andare non solo ad applausi fragorosi ad ogni canzone, ma anche ad urla tipo "Vai Allevi" "Siiiii" "Iuuuuuuuu" e cosi via. Non solo la performance, ma anche la presentazione di una canzone prima ancora che essa venisse suonata, erano in grado di scatenare reazioni scomposte di giubilo. Assistevo attonito alla quintessenza del modo italiano di apprezzare l'arte, ovvero, l'individualizzazione estrema che tralascia l'atto artistico stesso, per esaltare l'artista in sè, a prescindere da cosa faccia, da come lo faccia. O, in altre parole, l'ascolto di un pezzo non come esperienza legata al pezzo stesso, ma piuttosto come momento aneddotico da poter poi raccontare, anche solo a se stessi.

Il pubblico Italiano di norma non segue artisti, segue idoli, si nutre della loro presenza, indipendentemente dalla performance stessa poichè ha già deciso in anticipo che questa sarà grandiosa ed indimenticabile. La capacità critica è notoriamente inesistente, i media campano di celebrazioni, ogni nuovo film, ogni nuovo album, ogni nuova opera di un artista conosciuto è inevitabilmente accolta acriticamente come l'ennesima prova della capacità di quest'ultimo, il cui passato basta ed avanza a giustificare qualsiasi presente. Siamo all'apoteosi dell'entusiasmo preventivo, di gregge o da stadio, che differenza non fa. In questo possiamo situare la tipica piaggeria italiana di fronte all'artista universalmente riconosciuto sottolineata dal giubilo scomposto di massa cosi ben evidente di fronte ad Allevi in un contesto cosi poco adatto a tali manifestazioni di volgare beceraggine (un concerto per pianoforte 'solo' in una chiesa).

In tal senso si può comprendere la simmetrica disattenzione nei confronti dell'enorme sottobosco di talenti che, mancando di riconoscimento ufficiale, sono destinati appunto al sottobosco a vita. Tutto ciò è incredibilmente italiano, questa incapacità di riconoscere e valorizzare talenti (sia nel campo dell'arte che in quello della ricerca e cosi via) poichè la massa ignorante non apprezza il talento in quanto tale, ma solo quello che è stato certificato come talento (fosse anche solo X-Factor a sanzionarlo) e che è stato già riconosciuto come tale a livello istituzionale. Come altro giustificare ad esempio l'ottenebramento di migliaia di talentuosi musicisti dal panorama italiano?

Non voglio certo sostenere che il consumo d'arte, in questo caso pianoforte, debba essere necessariamente ipirato da un distacco empireico. Tuttavia c'è un limite a tutto. Venerdi ho assistito alla bastardizzazione del pianoforte in un prodotto volgare ad uso e consumo di masse bramose di meri virtuosismi su cui aggrappare la propria disperata ignoranza. L'interruzione programmata della musica, l'urlo isterico o del pubblico, il continuo ed immensamente fastidioso scattare fotografie - con tanto di flash - come se ad ogni nuova canzone si potesse avere una fotografia diversa di Allevi al pianoforte, come se la sua postura non fosse comunque sempre la stessa, come se il fulcro di un concerto pianistico sia il catturare infinitamente l'immagine del pianista, fracassando i coglioni dello spettatore al tuo fianco. Questo è lo stesso pubblico che con la bocca piena di fagotti alla frittata esprime stupore ed apprezzamento di fronte al virtuosismo fine a se stesso e poi è si volta altrove quando assiste ad un puro disvelamento artistico. In nessun altro modo potrei descrivere un pubblico in grado di lanciare urli scomposti da stadio anche dopo un pezzo riflessivo come Go with the Flow, un pubblico cosi concentrato nel proprio essere-al-concerto da dimenticare del tutto il concerto stesso.

Non si tratta di mero inveire intellettuale ed elitario, ma di amara considerazione di aver assistito ad un concerto che non era altro che miscrocosmo di un paese ignorante, che agisce e consuma come gregge, in quanto tale privo di conscienza critica che non sia un raglio indistinto di gioia o di rabbia, a seconda di come soffi il vento, che il gregge è sensibile, al vento.

Ben venga Keith Jarrett con la sua antipatica ed idiosincratica condotta che arriva ad interrompere un concerto per un applauso o un flash di troppo. L'esperienza musicale di un pianoforte 'solo' deve essere guadagnata ad un prezzo che non è solo quello del biglietto, ma anche l'aggiuntivo debito di raccoglimento che si deve all'artista, quel surplus di riverenza che sottolinea il suo essere qualcosa di più di un sempice prodotto commerciale, e che non può certo limitarsi all'atto rituale dell'applauso. Approvo Keith Jarrett in pieno. Se non si è in grado di comportarsi come si deve ad una performance del genere, che si venga pure cacciati a calci in culo, rediretti verso più appropriate occasioni d'applauso isterico ed ululato sguaiato.

Tuesday 17 March 2009

Isteria Legalizzata

A quanto pare il ragazzo colpevole di stupro la notte di capodanno al party sfortunatamente chiamato Amore'09 dovrà andare in carcere in attesa di processo, per effetto retroattivo (?) del nuovo decreto anti-stupri, nonostante le esigenze cautelari non sussistano.

Cambiano contesto, l'organizzazione CLEEN sta producendo molte pubblicazioni interessanti sul problema della sicurezza in Nigeria, dove il boom della sicurezza privata si interseca con la scarsità di preparazione, rispetto dei diritti e non ultimo soldi della polizia pubblica, ed infine con il multiforme panorama di organizzazioni di vigilantes che spaziano da gruppi che forniscono non solo sicurezza ma anche svolgono importanti funzioni sociali, ad altri che uccidono i criminali davanti alla folla che acclama. Un punto fondamentale per riformare il sistema sicurezza in Nigeria è quello di sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti del progesso giuridico. Specialmente in comunità rurali in cui usi e costumi tradizionali sono predominanti sullo stato di diritto teoricamente promosso dal governo centrale, è importante discutere la funzionalità di concetti come giusto processo e presunzione d'innocenza, da accostare e possibilmente implementare attraverso il tessuto tradizionale.

Un passaggio interessante riguarda la necessità di far accettare la nozione di arresti domiciliari nella fase che precede il processo, nei casi in cui la legge lo prevede.

Nel caso Italiano, piuttosto che spiegare alla comunità inferocita ed ai mezzi d'informazione ormai in preda al chiaro isterismo, nonchè ai politicanti irresponsabili in cravatta verde, che la misura dell'arresto domiciliare ha una razionalità precisa entro (non solo) il nostro sistema giuridico, e che si lega a concetti come presunzione d'innocenza, giusto processo e cosi via, comprese motivazioni di carattere più economico come la necessità di non ingolfare inutilmente le carceri - abbiamo deciso di istituzionalizzare l'isteria e legalizzare la galera prima del processo, per tutti i sospettati di stupro, pericolosi e non, colpevoli o innocenti. Anche retroattivamente.

.....

Monday 9 March 2009

Referendum e Democrazia

La democrazia, pure nella sua forma più diluita, edulcorata, svampita ed insipida, ha nel voto la sua espressione più classica e basica. Di voto, la modalità più semplice, antica e diffusa è quella che delibera SI o NO riguardo ad una questione. Ci troviamo continuamente, dalla scelta di un ristorante con amici ad un'assemblea di classe o condominio, fino alla forma più istituzionale del referendum, a decidere se fare o no qualcosa tramite votazioni maggioritarie di questo tipo.

Il referendum può essere quindi definito la forma più pura del voto, quella che si esercita direttamente e riguardo ad una questione specifica, senza affidarsi a facce o coalizioni. In teoria, lo scopo del referendum, come di ogni votazione, è testare il parere del cittadino riguardo ad un tema specifico, un parere che può esercitarsi con un SI, un NO o un'astensione. Il problema primario del referendum è il raggiungimento del quorum, ovvero di un numero minimo di votanti così da renderlo rappresentativo del corpo elettorale.

In una democrazia ideale questo problema non dovrebbe sussistere. Una condizione di voto ideale bypasserebbe ogni limitazione al voto e garantirebbe la scelta di una delle tre opzioni a disposizione da parte di ogni singolo elettore. Questo vuol dire che tutti gli eventuali ostacoli al voto verrebbero eliminati (ad esempio l'assenza dell'elettore per malattia, dimenticanza, vacanza, residenza all'estero, semplice pigrizia). Eliminare tali ostacoli significherebbe mettere in piedi un sistema di voto in cui tutti avremmo l'opportunità di votare con il minimo sforzo possibile. Ad esempio, si potrebbe votare rispondendo ad una domanda per telefono, inviando un sms e cosi via. Chiaramente questioni di sicurezza e validità del voto impediscono per ora sistemi del genere. Però è chiaro che essi rappresenterebbero l'ideale democratico, in cui ogni possibile ostacolo al voto è scavalcato, cosi da lasciare solo la pura e semplice scelta dell'elettore, ciò su cui l'edificio democratico dovrebbe fondarsi.

La questione sulla necessità o meno di accorpare il referendum elettorale con le votazioni amministrative ed europee di Giugno va quindi oltre la semplice questione economica su cui il dibattito politico si sta sviluppando (il fatto che aggregare le tre votazioni in un giorno solo farebbe risparmiare circa 400 Milioni di Euro). Si tratta infatti di agevolare il voto referendario, non semplicemente per far si che il referendum vinca, ma piuttosto per far si che gli Italiani abbiano la possibilità di esprimere la propria scelta a riguardo più facilmente, con meno limitazioni ed ostacoli che ne impedirebbero il voto e che, in teoria, lo Stato dovrebbe essere profondamente impegnato per, e felice di, poter eliminare. Ad esempio, i vari elettori che vivono all'estero e che torneranno per le Europee, nella stragrande maggioranza dei casi non potranno permettersi di ritornare in Italia una seconda volta, solo una-due settimane dopo, per il voto referendario. L'accorpamento darebbe loro la possibilità di votare a riguardo. Badate bene che chi non è interessato si asterrà in ogni caso. Altro esempio: con l'arrivo del caldo i cittadini potranno certo accettare di rinunciare ad una gita domenicale per votare. Quanti di loro vorranno rinuanciare a due domeniche consecutive?

Si tratta di esempi semplici e anche un pò banali, che però esprimono chiaramente ciò che si sostiene qua, ovvero che ogni misura volta a facilitare in modo neutrale (ovvero senza implicare un orientamento di voto) la capacità di voto dell'elettorato va messa in pratica. Il PD dovrebbe cominciare a sostenere questo punto, a fianco delle motivazioni economiche, così da rendere evidente fino a tal punto la concezione di democrazia del PDL è marcia.

Oltre che di risparmiare del denaro, si tratterebbe di diminuire molte dei possibili impedimenti (oggettive e soggettive) al voto referendario, che prescindono dalla reale volontà di voto del cittadino e che quindi ostacolano la pura e semplice pratica democratica. In tal modo si agevolerebbe la possibilità di capire ciò che gli Italiani pensano a riguardo del referendum (se sono a favore, contro oppure preferiscono astenersi), che poi sarebbe lo scopo prefissato da tale strumento in una democrazia.

Sostenere che l'accorpamento referendario darebbe un inaccettabile 'un aiutino' ai promotori del referendum, come il senatore Quagliarello ha recentemente fatto ad 8 e 1/2, vuol dire essere a digiuno delle nozioni più basilari di democrazia, nonchè in chiara malafede, ed infine senza alcun pudore nello sbandierarlo.

Thursday 12 February 2009

E' Necessario Inseguire un Sogno

Qualche giorno fa guardavo Otto e Mezzo, oggi condotto con estrema difficoltà da Lilly Gruber e un giornalista non identificato (i due riescono a far rimpiangere Lanfranco Pace e Ritanna Armeni, e qui mi fermo)

L'On. Bocchino tentava di rispondere alle forbite argomentazioni sociologice di Vendola con sproloqui da sala fumatori del Bar dello Sport, e fin qui nulla di nuovo. Poi, alla voce "perchè schedare i Clochard", Bocchino sosteneva che nella maggior parte dei casi si tratta di individui che son senzatetto per scelta di vita, mentre per una minima parte di gente privata dei propri averi da truffatori/criminali. Non so cosa riempa la testa dell'On. Bocchino. Qualunque cosa sia, non era minimamente sfiorata dalla possibilità che tali 'senzatetto' potessero essere persone affette dalla seguente malattia: povertà. Risparmierò, perchè risibili, le argomentazioni a sostegno della legge sui medici-spia (Bocchino candidamente utilizza un calzante esempio: se una donna arriva al pronto soccorso con i segni evidenti di percosse, il medico è tenuto ad avvertire le autorità, se non altro per far luce su eventuali violenze domestiche. Allora perchè, argomenta con fine sillogismo, se un immigrato arriva al prontosoccorso con una broncopolmonite acuta, il medico non dovrebbe avvertire le autorità? Insomma, percuotere a sangue la moglie o essere immigrato clandestino non fa differenza. Sono reati, entrambi).

A me non interessa granchè se Bocchino sia un politico onesto o non lo sia. Il punto è, è possibile che un individuo in grado di argomentare ad un livello socio-politico ed umano cosi basso, triviale e semplicistico da far rabbrividire anche una dibattito nel pulman di una gita di seconda media, sia deputato del parlamento? Ancora più. Com'è possibile che quest'uomo abbia fatto carriera? Come ha fatto a laurearsi? Leggo che è editore. Editore? (Quest'uomo di era anche reso protagonista del celeberrimo bigliettino che LaTorre gli passò, ancche qui in puro stile seconda media, durante una trasmissione su la7).

Nel suo sito c'è una frase toccante, sotto un paio di sue espressioni intense:

"è necessario inseguire un sogno"

Ora si spiega tutto

Sunday 8 February 2009

Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare...

Presidenti del consiglio sostenere che persone in stato vegetativo sono in grado di procreare,
Ministri dell'interno incitare alla cattiveria e ridurre il razzismo a difettucolo trascurabile, da non confondere con l'inciviltà,
Ministri del welfare adoperarsi apertamente per scavalcare sentenze della Cassazione costi quel che costi,
Individui urlare "Eluana Svegliati" e quasi assaltare l'ambulanza durante il trasferimento della donna verso l'ennesima clinica,
Papi perdonare vescovi negazionisti impenitenti da almeno 20 anni per poi candidamente ammettere, quando l'opinione pubblica si è permessa di far notare la lieve contraddizione, che nella decisione di revocare la scomunica questo piccolo dettaglio era andato perduto, che il Papa non sapeva, e ci son problemi di comunicazione al Vaticano
Paolo Guzzanti augurare "Buona Guerra, Israele" in una delle tante piazze romane stuprate dalle parole, mentre altre piazze dall'altra parte del mediterraneo erano stuprate dalle bombe,
Ho osservato Santoro perdere gradualmente l'obbiettività mascherata, il controllo arrogante (è rimasto solo l' 'arrogante'), il raziocinio ed infine buongusto nell'ostinarsi a condurre un programma rifiutandosi di lasciar parlare i fatti, nella ferma convinzione che il pubblico a casa non sia ancora pronto, e che comunque la storia gli darà ragione,
Ho visto Travaglio discendere nei meandri del giustizialismo più fondamentalista, sostenere candidamente che la privacy violentata da intercettazioni al tappeto è nulla di fronte alla possibilità di catturare un colpevole, ed in questo modo avallando, inconsciamente, tutti i presupposti su cui Bush e Blair hanno costruito la ragnatela sorvegliante più inquetante al mondo,
Ho udito deputati forzisti menarci la cagata intergalattica dell'Italia come nazione più sorvegliata al mondo, ancor più appunto degli stati di cui sopra, Inghilterra e USA,
Ho visto Di Pietro litigare con tutti, lingua italiana compresa, e sollevare polveroni istituzionali d'altri tempi in una palese mala-interpretazione di un suo discorso (va detto che la sua eloquenza non aiuta ad evitare fraintendimenti) mentre poi, en passant, il suddetto presidente del consiglio discettava pacatemente sulla natura 'filo-sovietica" della costituzione italiana, e dispensava allegramente consigli da padre a padre al sig. Englaro,
Ho guardato Gianfranco Fini, che durante la campagna elettorale aveva perso anche il rispetto per se stesso, ergersi ad ultimo baluardo contro la putrefazione della politica italiana,
ho visto 6 beceri trogloditi leghisti proporre e veder passare un emendamento che straccia in un sol colpo il minimo barlume di solidarietà e carità accettabile in una società 'civile', il diritto sacrosanto alla salute, il giuramento di Ippocrate e l'ultima resistenza che ci impediva di vomitare,
Ho visto un altro gruppetto di scarafaggi leghisti proporre e veder approvare il censimento dei clochard, deturpando la privacy di un'intera categoria socio-economica mentre lo stesso governo si erge a baluardo della privacy del paese intero,
Ho visto Gasparri e Cicchitto, più e più volte inquadrati a vomitare parole casuali, compìti, sorridenti e surreali come navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,

tutto questo ho visto nella sola, ultima settimana, e al contrario dei raggi B che balenavano nel buio vicino alle porte di Tannhäuser, questi momenti non andranno perduti nel tempo...

Tuesday 3 February 2009

Twisted Logic

As part of the (in)famous Security Law the Italian Government is set to approve this week, is an amendment whereby it will be removed the right the medical personnel now have not to report the status of a patient, if he is an illegal immigrant.

This appears as a subordination of the right to health to the status of citizenship, with the inevitable consequence of marginalising even more the immigrants and putting under serious health risks all those individuals needing treatment but unwilling to be reported. As a consequence a clandestine market of illegal-immigrant care could flourish, clearly characterised by lower standards and higher prices.

Also, on the side of the doctors, a feeling of diffidence and mistrust could end up affecting every doctor-patient relation when the latter is an immigrant and, even if legal, unable to provide the relevant documentation when arriving to the hospital.

This amendment thus threatens to disrupt even more the already torn social fabric of the country, endangering solidarity and trust in a bid to criminalise non-citizens even to the detriment of a basic right such as the right to health.

Paradoxical is the fact that, whilst this law force medical personnel to report illegal immigrants to authority, simultaneously in Italy the same medical personnel is not compelled to provide an array of services (for instance abortion, morning-after pill etc.) which, although perfectly legal, the doctor can decide to deny by professing ‘objection of conscience’. Indeed many hospitals, lacking doctor willing to provide such services, basically cannot fulfil the patient requests, thereby (again) denying his right to health.

Now, this is quite a twisted logic.

Monday 2 February 2009

Sfogo (in cui per un istante il pensiero razionale strutturato cede il passo all'indignazione, con le inevitabili pieghe che ciò comporta)

Uno stupro. 6 arresti. Fin qui tutto nella norma. C'è un crimine. I colpevoli vengono arrestati. Si attenderà ora che venga fatta giustizia. Tutto normale no? A quanto pare no.

Tutto comincia a svolgersi in modo strano. I romeni vengono fatti passare davanti alla folla urlante, un brevissimo tratto di strada, qualche metro per infilarli in macchina, una gogna popolare e mediatica evitabilissima, ma che le forze dell'ordine han voluto tuttavia mostrare, a dimostrare la loro efficienza, come trofei, anche a rischio di linciaggio, nonostante ciò non faccia altro che aumentare l'astio palpabile per la città.

Poi in carcere, a Rebibbia, i Romeni, sembra, vengono malmenati. I radicali intervengono, sempre zelanti, fastidiosi, vanno a controllare, denunciano gli abusi.

E poi insulti, una marea di insulti e minacce per i radicali, per la segretaria Bernardini, perchè tutti siamo incazzati no? La pena di morte ci vorrebbe ed altre cazzate del genere impastano la bocca dell'italiano medio, alto e basso, in una fratellanza interclassista che vede tutti uniti di fronte al nemico, anzi, di fronte al comune dovere di linciare il nemico.

Certo certo, e se fosse stata tua sorella, tua madre, tua figlia? Si, certo. Però la giustizia non è un'impresa privata no? Non funziona per alleviare le sofferenze delle vittime per mezzo di vendette. La giustizia è impersonale, per definizione. La giustizia quindi non ha sorelle, madri o figlie. La giustizia prevede accuse, pene e sentenze, ma non permette, non concede, non insinua e nemmeno concepisce la possibilità di farsi giustizia da sè. La tortura non è una possibilità. La legge del taglione è roba da vecchio testamento, no?

Va bene, tutto bene. E' ovvio, tutto ovvio. E' anche vero che si può, se non condividere, se non accettare, perlomeno comprendere che gli individui toccati direttamente da eventi dolorosi si lascino andare. La giustizia è impersonale, fredda ed inflessibile. Gli uomini no. Loro sono persone, passionali ed incredibilmente flessibili.

In mezzo c'è lo stato, che deve condannare fermamente qualsiasi tipo di abuso che si verifichi su qualsiasi tipo di prigioniero, sia che esso sia criminale o solamente presunto tale, sia che esso sia un omicida, uno stupratore, un ladro, un terrorista o anche un semplice manifestante. Cosa diceva Obama mentre tutti gli sbavavamo dietro? Non ha detto che la lotta per la sicurezza non accetterà mai di compromettere i nostri ideali? E noi? quali sono i nostri ideali? il rifiuto della tortura ha spazio tra essi? Però i radicali sono attaccati, ed il governo è zitto.
Non fa comodo no? In questo caso la frase di Obama si riformula così: non solo per la sicurezza, ma anche per non incrinare il consenso dei nostri elettori, noi accetteremo di compromettere gli ideali della nostra nazione. Et voilà.

In mezzo ci sono i media. Ma ormai i media non sono altro che cani, pronti a scodinzolare, rincorrere il bastone, ringhiare ed abbaiare a comando. Pronti a denunciare il clima dell'odio a pagina 2 e 3, mentre lo alimentano a pagina 1, 4 e 5, e poi ne commentano gli effetti a pagina 8 e 9. Sono cani, d'altronde, e si mordono la coda, ormai non sembrano far altro.

In mezzo c'è la società civile, quella che dovrebbe condannare fermamente i tentativi di linciaggio, le percosse in galera, il razzismo dilagante. Perchè lo sappiamo tutti benissimo che uno stupro è un atto orribile, ributtante, scandaloso. Sappiamo tutti benissimo che gli autori dello stupro sono delle merde e nient'altro. Sappiamo anche che un linciaggio pubblico è il minimo grado che può raggiungere una civiltà?

Non siamo noi che ci scandalizziamo di fronte a quelle immagini sfocate, riprese con telecamere traballanti che mostrano linciaggi a Gaza durante la guerra civile e lapidazioni pubbliche in Nigeria e Arabia Saudita? I linciaggi a Guidonia invece? quelli vanno bene a quanto pare.

La nostra moralità schizzofrenica si è distesa, distorta a tal punto da permetterci l'illusione di superiorità ed accecarci di fronte al marcio ributtante che ci cresce in seno.

In tutto questo un comico non trova di meglio che solleticare la turpitudine sociale in piena prima serata, in piena TV pubblica. E cosa fa la presentatrice? Non certo lo critica, non sia mai. Non certo si dissocia, poichè ci si dissocia per ben altri motivi, come un'insinuazione a Schifani o una critica a Napolitano. Neanche, neanche si limita a lasciar cadere la cosa, ad andare oltre. No. La riprende, ci si associa. Si. Tra gli applausi generali, il messaggio che viene fatto passare in prima serata è che gli abusi sui prigionieri non sono solo giusti, sono anche troppo pochi

Ecco il link al video suddetto

Peccato che nell'ottusità xenofoba ed ignorante che infonde i sorrisetti compiacenti degli idioti in questione, quasi nessuno si renda conto che protestare contro gli abusi subiti in cella da chicchessia non è solo una difesa dei diritti di sei romeni, è una difesa dei diritti di tutti noi.

Bah. E' tutto, biblicamente in attesa del giorno in cui

il cuore d'Italia
da Bolzaneto a Rebibbia
si gonfi in un coro
di vibrante protesta.

Thursday 29 January 2009

Repressing the Wiki-Synopticon

UK government is seeking to ban individual from photographing and filming various security-related matters, as Minister for security and counter-terrorism, Vernon Kay, stated that the police may stop photographers taking pictures or videos when

“the taking of photographs may cause or lead to public order situations or inflame an already tense situation or raise security considerations.” link1 - link2

This is a clear (and clearly dangerous) double standard, as on the one hand we assist to the rise of probably the most organised surveillance society on earth, that is, UK; on the other hand, similar practices stemming from below - sousveillance, as visual artist and activist Steve Mann puts it - are increasingly repressed so that to create an asymmetry at odds with any conception of democratic state and rule of law.

Democracy is based on the control performed by citizens on authorities. Since the advent of the first means of mass-communication, that is, the press, authorities, from Luois XIV onwards, sought to control information or, in other terms, to limit its proliferation from below. If this practice turned out to be pretty hard in authoritarian regimes, so-called democratic state are supposed to actively stimulate a bidirectional flux of information, as the watchdog role of both professional journalists and citizen is a necessary guarantee of transparency.

New media created infinite possibility for the production from below, destabilising the synoptical regime of television into a myriad of visual spaces, perspectives from which to assess the reality and 'know', if not the truth, the fact that 'truth' does not exist and that many perspectives of an event are accessible.

Synopticon refers to the many-watch-the-few situation - reverse of Panopticon - typical of unidirectional communication. Wiki-Synopticon is how I termed the new configuration put in place by the advent of YouTube and new media in general, together with the widespread availability of cheap video-devices, which potentially allow any individual to perform a sequence of seeing-filming-uploading-broadcasting.

This crucial historical turning point, so evident for instance in the event of Saddam's execution, - with the youtube video leaked out showing a completely different version of the event - I referred to the convergence between a 'voyeur society' born out of the image-led culture of 20th century, and a "network society", stemming from the rising of the internet and characterised by a specific 'sharing culture'. We're no longer satisfied with seeing, as a voyeur would be, we need to record what we see and, most importantly, we want to share it with others. This is the foundation of Facebook, after all.

Now, the attempt of UK gov. to repress filming is a deliberate attempt to hinder the wiki-synopticon, to limit the power given to individual by such new technologies, whilst at the same time the same government is exploiting the power of new technologies to subject individuals to unprecedented control and surveillance.

A state indiscriminately performing surveillance and social control to an extent well beyond human rights and rule of law is already an extremely threatening state. A state which, contemporaneously, is seeking to block what would be the necessary counterbalance, the flow of information from below witnessing eventual abuses from the very forces of the state, well, it is a state which attacks directly principles of fairness and transparency. Thus is more than threatening, is scaring.

Just imagine if the shooter of Rodney King video would have been arrested and his video confiscated, not because of corrupted policeman aiming at erasing evidences, but because of the law itself.

Wednesday 28 January 2009

Too much love could be dangerous

Missile strikes in Pakistan will continue

WASHINGTON: The United States will continue to carry out missile strikes against al Qaeda militants in Pakistan, Defense Secretary Robert Gates said on Tuesday.Pakistani officials have complained publicly about the attacks from unmanned US aircraft in tribal areas, saying they are a violation of sovereignty and increase resentment towards both Pakistan's government and the United States.

Press has been quite quiet about that, let's say mute.

Is this a new risky pattern, one in which the new US president is so loved and praised by worldwide press that his 'continuities' with the past are conveniently erased from global agenda?

Saturday 24 January 2009

Serra b. Fertilio

Dario Fertilio:

Anno nuovo, ideologia nuova. L' editore romano Armando, noto per aver coraggiosamente pubblicato nel ' 73-74 La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper, un classico del pensiero liberale che allora sfidò l' egemonia italo-gramsciana, ora apre la nuova stagione con due studi su Marx ed Engels di Mario Alighiero Manacorda. Dunque, da Dario Antiseri (il filosofo liberale che allora curò Popper) al gramsciano e marxista Manacorda: un bel salto acrobatico. Risalgono a più di quarant' anni fa gli scritti in questione che Manacorda adesso presenta ai lettori come un opportuno «ritorno a Marx», mentre «il mondo sta sperimentando l' esasperazione del sistema capitalistico di appropriazione privata dei beni comuni». In copertina si esalta anche l' educazione come «superamento della mercificazione e dell' alienazione dell' essere umano in vista di uno sviluppo completo delle sue qualità fisiche e intellettuali», verosimilmente in una società pianificata dall' alto. Così la parabola è completa: dal profeta della società aperta a quello dello Stato padrone.

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Michele Serra:

Molto deluso dalla ripubblicazione di due stagionati studi marxiani da parte di un editore "liberale", Dario Fertilio sul Corriere della sera trae dall' introduzione di Mario Alighiero Manacorda due brevi passaggi che evidentemente gli devono essere apparsi particolarmente biasimevoli. Nel primo si denuncia "l' esasperata appropriazione privata di beni comuni"; nel secondo si elogia "l' educazione come superamento della mercificazione e dell' alienazione". Vedi come il mondo è vario: entrambe le frasi, che Fertilio produce come prova a carico, a me paiono inattaccabili. Che l' appropriazione privata di beni comuni (uno per tutti: l' acqua) sia uno degli effetti più iniqui del capitalismo; e che l' educazione - il senso critico, la cultura, il ragionare su sé e gli altri - sia forse il solo antidoto alla mercificazione brutale di uomini e natura, sono enunciazioni molto condivisibili, e senz' altro pubblicabili perfino da un editore "liberale". Fertilio constata che questi e altri aurei concetti hanno generato società "pianificate dall' alto". Non risulta, però, che la rapina (a volte a mano armata) delle risorse naturali, o l' instupidimento pubblicitario delle masse consumatrici, siano pianificati dal basso. In genere sono pianificati negli ultimi piani dei grattacieli. Oggi, non ieri.

Thursday 15 January 2009

Bilanciare

Al Tg3 ieri, mentre venivano narrate nel dettaglio le gloriose giornate in cui il governo cerca di far passare il concetto di 'tassa sul pemesso di soggiorno', il commentatore ha detto, apparentemente senza accorgersi della singolarità della propria affermazione, che ciò che in tali febbrili dibattiti si cercava di trovare era una soluzione che fosse in grado di bilanciare, trovare un compromesso, tra i diritti degli immigrati e le aspettative degli Italiani.

Non credo di correre alcun rischio di scivolare nel moralismo, nel notare che i diritti di chicchessia non posso essere bilanciati, compromessi o qualsiasi altra inciucica parola vogliate trovare. Casomai sono le aspettative di immigrati e di Italiani che si deve tentar di far convergere, no?